Riceviamo e pubblichiamo dall’associazione Athamanta:

“Sebbene si tratti di lavori sicuramente necessari per garantire la sicurezza sul lavoro degli autotrasportatori, ci chiediamo come sia possibile pretendere che queste spese ricadano sulla cittadinanza. La Strada dei Marmi è una grande opera ad uso sostanzialmente esclusivo degli industriali del marmo, che non pagano alcun pedaggio per l’utilizzo. L’opera è costata alle casse pubbliche 119 milioni di euro ed è stata causa del dissesto economico del comune di Carrara, secondo comune più indebitato d’Italia nel 2011.”

Athamanta ricorda la previsione di spesa per i lavori di ristrutturazione della Strada dei Marmi approvata qualche giorno fa: 400 mila euro per il manto stradale, a cui si sommano 200 mila euro fuori bilancio di spese d’illuminazione della galleria. Questa solo “una prima risposta” per gli autotrasportatori preoccupati per la sicurezza della circolazione dei camion su una tratta già ricca di dissesti pericolosi, specialmente nelle fasi di pioggia a causa della scarsa capacità di smaltimento delle acque. 

“Gli industriali del marmo vantano profitti stellari: la Franchi Umberto Marmi ha chiuso il primo semestre di quest’anno con ricavi da 41,5 milioni di euro (+24%); le vendite dell’export del marmo apuano grezzo hanno toccato quota 193 milioni di euro nei passati dodici mesi (+ 53mln rispetto al 2020), i lavorati sono passati da 283 a 349 milioni di euro, con un aumento di 66 milioni. Tuttavia, i costi – sociali, economici ed ambientali – di queste attività continuano a ricadere sulla comunità e sulle casse pubbliche. Per finanziare progetti di interesse sociale si ricorre all’elemosina degli industriali, alimentando così una dinamica sostanzialmente funzionale agli interessi degli stessi per operazioni di green washing”.

Continua Athamanta: “Insomma, mecenati e speculatori da queste parti coincidono”. 

“L’attività estrattiva è inoltre causa del deterioramento delle strade attraversate da tutti, del dissesto idrogeologico che mette in pericolo l’intera popolazione, del proliferare di malattie dovute all’uso di agenti cancerogeni o mutageni”.

“Il risultato – conclude Athamanta – è un bilancio insostenibile per la comunità che, non solo viene depredata di un bene comune, ma deve pagare i danni di queste attività predatorie, privandosi di risorse preziose per le attività di cura di cui avrebbe bisogno il territorio”.

Direttore e fondatore de l'Eco della Lunigiana. Scrivo di Geopolitica su Medium, Stati Generali e Substack.

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