martedì 27 Settembre 2022

Sarzana, violenza di genere: Amnesty propone agli Impavidi “Il processo della vergogna”

Amnesty International presenterà agli Impavidi mostra e spettacolo contro la violenza sulle donne. Sabato 21 maggio alle ore 21.00, il Teatro degli Impavidi di Sarzana tornerà a essere il luogo di accoglienza per una riflessione dedicata alla lotta quotidiana sulla violenza contro le donne.

Non a caso, infatti, è stato un momento slegato dal concetto delle ricorrenze. Perché è dentro la quotidianità che si vigila, si fa precauzione, si tutela, si difende. Spesso dove non ce lo si aspetta. Dentro una famiglia borghese, è spiegato per esempio da un pannello della mostra “com’eri vestita?”, allestita e da vedere nel teatro sarzanese di via Mazzini, nonostante la semplice scelta di indossare “pantaloni e una maglia a collo alto”.

Il Gruppo Amnesty International 311 La Spezia ha fatto combinare in questo appuntamento con la mostra, lo spettacolo “Il processo della vergogna”, tratto dal documentario “Processo per stupro”, che porterà in scena la compagnia teatrale “I semplici sognAttori”, scritto e diretto da Maurizia Riccobaldi.

Questa volta con Susanna Sturlese già apprezzata per “Il nome potete metterlo voi” (regia di Roberto Di Maio e sceneggiatura di Mauro Monni) ci saranno Nadia Filosa, Mario Italia, Ariella Leri, Roberto Benvenuto, Stefano Bianco, Lorenzo Sansica, Massimo Giorda, Denise Pisani, Ilaria Cantini e Antonella Tofani.

“Siamo orgogliosi – è spiegato da Amnesty La Spezia – di collaborare con l’associazione ‘Vittoria’ e la compagnia teatrale ‘I sognAttori’ per questo evento che si si pone come obiettivo quello di sensibilizzare ad un tema purtroppo ancora così attuale come quello della violenza di genere. La mostra ‘com’eri vestita?’ che sarà presente al teatro degli Impavidi è una un’esposizione degli abiti indossati dalle vittime al momento dello stupro. Il titolo – continuano dal gruppo spezzino di Amnesty – “com’eri vestita?” è nato dalla domanda che purtroppo le vittime si sentono fare ogni volta che denunciano, come se l’abito indossato potesse in qualche modo giustificare la violenza stessa”.

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