Trentasette lunghi anni senza Enrico Berlinguer, una vita, più che adulta e matura

ENRICO BERLINGUER, FESTIVAL DELL’UNITA’ A NAPOLI ANNO 1976 (Foto De Bellis / Fotogramma/de Bellis, NAPOLI – 1976-09-19) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

A colpirlo, a Padova, fu un ictus che lo costrinse a fare una pausa proprio mentre, durante un comizio per le elezioni europee, stava dicendo: “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”. Era il 7 giugno 1984. Non si arrese. Enrico Berlinguer pronunciò il suo ultimo discorso e forse sapeva che non avrebbe mai più rivisto il suo pubblico, la sua gente, i suoi amici. Rientrato in albergo entrò in coma e non si risvegliò più. Morì l’11 giugno, pochi giorni dopo.

“Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”, disse il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si trovava nella stessa città veneta il giorno che Berlinguer morì. Pertini insistette, voleva portare la salma dell’allora segretario del PCI sull’aereo presidenziale. Né lui, né tutti gli italiani erano preparati ad una perdita così importante, sul piano politico e istituzionale.

Enrico Berlinguer nacque a Sassari, il 25 maggio del 1922, fu attivo nell’antifascismo sardo e nel 1943 si iscrisse al partito comunista. Nel dopoguerra si occupò della ricostruzione, guido la FGCI fino al 1956 entrando 6 anni dopo nella segreteria del PCI diventando segretario generale nel 1972. Il suo ruolo fu di un’importanza che solo a posteriori è possibile comprendere, fu lui ad avviare un processo di distanziamento dall’Unione Sovietica e, ancora più importante, teorizzò e si propose di realizzare, collaborando con Aldo Moro, il cosiddetto “compromesso storico”, ma si occupò molto della questione morale relativamente alle modalità di gestione del potere da parte dei politici italiani.
Uno dei tratti più importanti di Berlinguer fu quello del rispetto. Era una brava persona, come cantava Giorgio Gaber, era amato dai suoi “compagni ” e la sua figura, la sua levatura morale non fu mai messa in discussione neppure dai suoi antagonisti politici. Fu anche per questo che al suo funerale, a Roma, partecipò oltre un milione di persone, un evento che mai era accaduto nella storia dell’Italia repubblicana.

Nell’epoca in cui fu alla guida del PCI era innegabile il bisogno di andare oltre, di far emergere fino in fondo la natura socialdemocratica e riformista del partito, così come essa si era andata modellando nel nel cammino compiuto sotto la spinta di Togliatti, tagliando in modo definitivo i residui legami con il comunismo sovietico e internazionale.
Berlinguer era l’uomo adatto nel momento adatto ma la sua morte lo sottrasse ad scelta così radicale che avrebbe mutato profondamente la storia del Paese, oltre che della sinistra.

Sostanzialmente il mito di Berlinguer, che oggi avrebbe 99 anni, va ben oltre la politica, è segno distanziatore tra le grandi speranze collettive del passato e il mediocre adattamento del tempo presente. La distanza tra Enrico e il resto dei suoi compagni di partito così come dai suoi colleghi è sempre stata evidente: lui era un’altra cosa. È stato un dirigente spigoloso e per nulla banale, non ha mai mirato ad un consenso ispirato alla faciloneria, ma più di tutto era il contrario di quello che oggi ogni politico sa di dover diventare per avere un consenso: era il contrario dello showman ed ha operato scelte che lo hanno messo in gioco e in contrasto con il suo stesso partito.

Tuttavia, Berlinguer rimane ancora su quel palco di Padova, per tutti coloro che non si arrendono e credono nelle grandi battaglie democratiche, nelle idee che possono partire delle piazze e che sono fatte di persone. Quasi 40 anni dopo è ancora utile ripensare al più amato dei segretari di partito se ancora si crede nei sogni.

“È morto un buon comunista”, intitolò Il Manifesto il giorno dopo la sua morte. I lettori poterono leggere, alcuni con le lacrime agli occhi,“Caduto in bat­ta­glia”, il rico­no­sci­mento della durezza dello scon­tro in cui in quei suoi ultimi anni di vita era impe­gnato, uno scon­tro in cui, come scrisse Luigi Pintor “lui che, per sua natura così pru­dente, ha tro­vato accenti estremi per espri­mere i suoi con­vin­ci­menti e susci­tare ener­gie capaci di rove­sciare l’andamento delle cose”.

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