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Arrivano come colpi di calore numeri sul turismo in Lunigiana. 170.500 presenze, più 25% rispetto al 2024. La Lunigiana cresce, e cresce bene. C’è poco da discutere sui dati, e non lo farò. Quello che vale la pena esplorare, invece, è il lessico con cui questi dati vengono raccontati. Perché dietro ogni statistica c’è sempre una narrazione. E la narrazione, in questo caso, ha un sapore molto preciso.
“Identità e cultura.” Due parole che negli ultimi anni hanno regalato all’Italia un nuovo governo e una nuova personalità. Se lavori nel mondo della comunicazione te le ritrovi ovunque: comunicati stampa, convegni, conferenze, aggiornamenti, programmi elettorali, bandi europei, bandi locali, bande musicali. Insomma ormai sono due termini che stanno bene ovunque, come se dessero più sapore ad un piatto o lo innalzassero persino un panino col salame a diventare alta cucina.
Purtroppo però ormai entrambe le parole hanno perso sostanza. “Cultura” ormai significa tutto e niente, rappresenta i castelli della Lunigiana ma anche la cipolla, la polenta e capra, il raduno dei cavalli e dei trattori, la fiera del bestiame e dell’antiquariato, la speleologia e la meteorologia. Se prima usare l’aggettivo culturale poteva descrivere qualcosa oggi sembra soltanto utile ad evocare qualcosa. E quando si evoca senza descrivere il perché di un aggettivo allora si è a corto di idee su cosa si vuole davvero indicare.
In Italia ormai “identità e cultura” sembra un unico lemma nel vocabolario di Fratelli d’Italia. Potrà sembrare una sottigliezza, ma ormai visitare un castello lunigianese o fare una passeggiata sulla via Francigena è diventato un atto politico. In breve, se c’è il turismo nei luoghi storici della Lunigiana, allora questo riafferma “le radici”, fotografa un pellegrinaggio laico verso qualcosa che l’altra parte del mondo (culturale e politico) avrebbe voluto toglierci. Il globalismo, il cosmopolitismo, l’Europa dei tecnocrati sono tutti contrari alla nostra cultura e alla nostra identità, sono cattivi.
Ma è davvero così?
Secondo me la Lunigiana non ha bisogno di questo armamentario ideologico per analizzare i suoi numeri. I borghi, i castelli, i presepi, le stele, esistevano prima che qualcuno decidesse di farli diventare parte di “identità e cultura”. Sulle vie storiche vagavano pellegrini medievali che non avevano davvero in mente il concetto di nazione, figuriamoci quello di identità. Avevano fede, credevano in Dio, lavoravano duro. I feudatari costruivano castelli per lusso, vezzo, talvolta vi soggiornavano raramente, facevano guerre per poco. Non erano mecenati della “cultura italiana”-
Il turismo funziona quando c’è qualcosa di autentico da mostrare. La Lunigiana ce l’ha. Il merito è del territorio, delle comunità locali, di chi ancora ci vive e ci lavora ogni giorno. Non delle parole della politica.