La morte come contenuto

Sofia, 22 anni, è morta. Elena non ha più un piede, è gravissima.
Lui invece guarda la scena, prende il telefono e ride. Riesce a ridere davanti ad una scena atroce, bofonchiando parole stentate con un linguaggio da idiota, da chi è cresciuto per strada, magari tra le braccia di una gang, inneggiando a violenza e bella vita. Siamo a Ceriale, provincia di Savona.

Passa quel che resta della notte del sabato sera, molti capiscono chi è stato a fare quel video. Nel frattempo il sangue resta sull’asfalto, la gente inizia a portare i fiori, qualcuno riconosce chi è stato a fare quel video e si raduna sotto casa sua. Lui allora ha paura, chiama i carabinieri e si scusa con tutti.

A questo punto uno potrebbe concedere il beneficio del dubbio: giovane età, l’alcol, lo shock, l’incoscienza.

Poi arriva lunedì. E il nostro protagonista (notate bene, protagonista), pubblica un video dall’aeroporto, mentre si accinge a salire a bordo di un volo low cost. Dice che l’incidente gli ha rovinato la vita, si lamenta del proprio destino, scherza, sorride, prende in giro chi lo sta a vedere e sale sull’aereo.

Adesso non siamo più davanti ad un errore, non è più sabato sera, non c’è lo sballo, la concitazione di un momento, l’inesperienza giovanile, no, davanti a noi c’è una fotografia impietosa del nostro tempo. Una ragazza di 22 anni è morta e qualcuno riesce a sentirsi, vuole sentirsi al centro della storia, vuole vedere che il mondo esiste in funzione di se stesso, anche a costo di farsi odiare da tutti. È così che il narcisismo diventa come sistematico.

Siamo arrivati al punto in cui il dolore non impone più rispetto ma fa generare contenuti, fa accendere lo smartphone e pubblicare subito per ottenere visualizzazioni. Ok d’accordo, speriamo che quel ragazzo non torni mai più (tra l’altro pare che non fosse stato lui a guidare e non fosse stato lui a commettere l’omicidio stradale, anche se ovviamente è ancora tutto da chiarire), ma non è soltanto lui il problema ma l’intera società, quella rimasta gravida di una generazione che è convinta che ogni cosa debba essere per forza raccontata, condivisa, commentata, monetizzata anche emotivamente.

La morte di Sofia, ci fa capire che molto spesso farebbero meglio a tacere quelli che invece continuano comunque e sempre a parlare. Le sfortunate protagoniste di questa storia sono Sofia ed Elena. Solo loro. Chi se ne è andato con un volo dall’Italia ha fatto benissimo, nessuno vuole conoscere la sua storia o sentire ancora le sue risate, di questa storia non sarà mai protagonista.

Diego Remaggi
Diego Remaggi

Direttore e fondatore de l'Eco della Lunigiana. Scrivo di Geopolitica su Medium, Stati Generali e Substack.