Silence, viaggio in Giappone e nella spiritualità

Prima metà del XVII secolo, padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver), appartenenti all’ordine dei gesuiti, partono alla volta del Giappone, paese ostile all’indottrinamento cristiano, alla ricerca del loro mentore padre Ferreira (Liam Neeson). I due sacerdoti entreranno in contatto con le comunità cristiane locali, costrette alla clandestinità, e conosceranno le sofferenze della persecuzione religiosa portata avanti dall’inquisitore Inoue (Issei Ogata).
Ci sono voluti ventotto anni al regista Martin Scorsese (Taxi Driver, Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi) per portare sul grande schermo la sua trasposizione del romanzo Silenzio di Sh?saku End?; una produzione travagliata che ha visto anche un cambio completo del cast pensato originariamente per il film (nel 2009 erano in corso le trattative con Daniel Day-Lewis, Benicio del Toro e Gael García Bernal).
Un progetto fortemente sentito dal regista che ha da sempre mostrato una certa affinità con i temi della religione, retaggio delle sue origini italoamericane (da giovane prese anche in seria considerazione la via del sacerdozio; idea poi abbandonata dopo “la scoperta del rock ‘n’ roll” e l’innamoramento per il cinema), e della spiritualità (attitudine mostrata in altri suoi lavori quali L’ultima tentazione di Cristo e Kundun, ma anche nel documentario sul “più spirituale dei Beatles” George Harrison:Living in the Material World).
Per l’occasione Scorsese ha ricoperto anche il ruolo di sceneggiatore, affiancato dal fido Jay Cocks (i due avevano già collaborato per L’età dell’innocenza e Gangs of New York); l’autore newyorkese non tornava dietro la macchina da scrivere, per quanto riguarda opere di fiction, dal film Casinò del 1995.
Silence è un film che racconta episodi di differenze e scontri culturali, di intolleranza e persecuzione, ma soprattutto è un film che parla di fede e se sia necessario pagare il prezzo del martirio per essa.
Padre Rodrigues, splendidamente interpretato da Garfield, rappresenta il nostro punto di vista per quasi tutto racconto, la sua voce narrante ci rivela ogni suo stato d’animo e pensiero, ma nella pellicola si trova spazio anche per le ragioni dei “carnefici”.
Le autorità giapponesi erano infatti volte a difendersi da quella che vedevano come una “colonizzazione culturale” da parte delle nazioni occidentali (Portogallo, Spagna, Olanda, Inghilterra), interessate ad intensificare sempre di più la propria influenza commerciale sul Paese del Sol Levante.
In questo giocano un ruolo chiave i personaggi di Inoue e del suo interprete (il bravissimo Tadanobu Asano, protagonista del cult movie di Takashi Miike Ichi the Killer) e le scene che condividono col protagonista.
Il film presenta una ricostruzione storica impeccabile, con costumi e scenografie ad opera dei nostri premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo.
Scorsese dirige con uno stile contemplativo, memore di un certo cinema orientale, dipingendo un Giappone, soprattutto nella prima parte, misterioso e avvolto quasi perennemente dall’oscurità e dalla nebbia (nebbia che può nascondere insidie ma anche entità impalpabile come la fede).
Silence rappresenta una delle pellicole più riuscite tra le ultime produzioni di Scorsese, un film che colpisce nel profondo, sia a livello formale che emozionale, e dal carattere fortemente autoriale.
Non aspettatevi “uno Scorsese da grande pubblico” come in The Wolf of Wall Street, non è sicuramente un film per tutti.

Nasce Lunigiana Film Fest, concorso per cortometraggi

Da un’idea dello scrittore e sceneggiatore lunigianese Alberto Bonfigli nasce il concorso nazionale per cortometraggi Lunigiana Film Fest. L’iscrizione al festival è gratuita e aperta ad autori, registi e produttori italiani. Sono ammesse opere di fiction a tema libero, prodotte a partire dal 1° gennaio 2016 e della durata massima di 15 minuti (inclusi titoli di testa e di coda). Ogni produttore, autore o possessore dell’opera proposta è responsabile del contenuto della medesima e di eventuali diritti a terzi.

Per concorrere l’opera dovrà essere inviata per email all’indirizzo lunigianafilmfest@gmail.com entro e non oltre il 1° marzo 2017. Le opere selezionate per la finale, poi, dovranno essere inviate in alta risoluzione entro il 15 marzo 2017. Insieme al link, 2 foto di scena ed eventuale locandina, gli autori dovranno inviare i seguenti dati: titolo, durata, data di realizzazione, cast artistico e cast tecnico, produzione, sceneggiatura, tema e sinossi; sul regista, nome e cognome, data di nascita, numero di cellulare ed email. Oltre a questo, si richiede di rispondere ad alcune domande sull’opera (Questa è l’opera prima del regista (sì/no)? Se no, quali altre opere sono state prodotte? La presente opera è stata presentata ad altri festival (sì/no)? Se sì, a quali altri festival? Il regista ha partecipato ad altri festival (sì/no)? Se sì, quali e quando?).

Il partecipante, con la propria sottoscrizione e l’invio della relativa email, conferma di accettare integralmente il regolamento sopra riportato. La premiazione avverrà nel mese di aprile e in Lunigiana: luoghi, date e premi saranno comunicati entro il 15 marzo. Un apposito Comitato Artistico selezionerà le opere che accederanno alla finale e il giudizio della giuria è insindacabile. La giuria è composta dall’attore Roberto Bocchi, da Vinicio Ceccarini, presidente dell’Associazione Tatiana Pavlova e da Franco Triolo, responsabile editoriale di Reportnet. Le opere concorreranno per i seguenti premi: Miglior cortometraggio, Miglior attrice, Miglior attore.
Per ulteriori informazioni è possibile contattare direttamente Alberto Bonfigli al numero 3472577817, oltre visitare sito e pagina Facebook del Festival.

In arrivo ad Aulla il primo Filmmaking Workshop

Ad Aulla, la prossima settimana ci si potrà sbizzarrire (imparando) dietro alla camera grazie al primo Filmmaking Workshop a cura di Taddeofilm. Una domenica alternativa, quella del 20 novembre, ma soprattutto dedicata alla produzione di un piccolo cortometraggio insieme al film-maker, regista e qui docente Alessio Ciancianaini.
Sarzanese di nascita, diplomato alla Scuola d’Arte Cinematografica di Genova e poi specializzatosi alla New York Film Academy, tornerà in terra d’origine per assistere i partecipanti e guidarli in tutte le fasi di realizzazione, dalla sceneggiatura al montaggio. Guida esperta, dunque, e attrezzature professionali come le cineprese Blackmagic Design e MovieGPX4 o i software editing e color grading DaVinci Resolve. L’obiettivo è quello di dare nozioni base necessarie e utili alla realizzazione di un corto, ma anche e soprattutto riuscire a trasmettere la passione per questo mondo, stimolando e mettendo in gioco la creatività di ciascuno. Con ritrovo alle 9 presso il teatrino della parrocchia di San Caprasio, ad Aulla, il workshop si svolgerà in due fasi: la prima, al mattino, dedicata alla scrittura della storia e la seconda, al pomeriggio, in cui con le riprese le si darà forma, per poi concludere con visione del girato e montaggio in prima serata.
Il costo per l’intera giornata, comprensivo di pranzo e utilizzo attrezzature, è di 120 euro  con sconti per i soci Taddeo (-10 euro) e per chi porta un amico (-20 a testa!).
Per informazioni, iscrizioni e contatti rivolgersi a taddeofilm@gmail.com | 3483064034.

Pasolini a Carrara, il ricordo di un documentario quasi dimenticato

Quella che avvenne tra gli anni 60 e 70 fu un’epoca di grandi mutamenti, sociali, antropologici e culturali. Pier Paolo Pasolini, da poeta, ma soprattutto da intellettuale, riuscì a riflettere sull’enorme cambiamento della società, sull’egemonia che il consumismo aveva raggiunto sopra la semplice idea naturale della famiglia e sulla realizzazione di una società omologata come non era riuscita al fascismo, sospinta verso una alienazione industriale incontrovertibile.
Ne parliamo oggi che è il 2 novembre, a 41 anni dalla scomparsa di uno dei poeti più importanti del ‘900, vi chiederete perché e noi siamo pronti a spiegarvelo, non prima però di ricordare chi era, a grandi linee, Pasolini, uno scrittore, certo, edonistico, storico, politico, uno che ha usato la parola come impegno civile, ma soprattutto un intellettuale che ha scelto di dare un senso esistenzialistico e sinestetico alla scrittura. “La mia storia è quella dei libri” diceva Pier Paolo, restìo all’omologazione culturale borghese, la stessa a cui fu indelicatamente attestato dal Pci nel 1949, quando lo espulse, trattandolo come un sovversivo.
Dopo questa data, Pasolini passò molto tempo ad affinare la sua formazione cinematografica, visionando e sperimentando. Per lui scegliere di abbandonare un mezzo espressivo in segno di protesta fu un qualcosa di enorme. Significò sostituire i simboli con la realtà, offrendo significati diretti, crudi, non teorizzati della visione del mondo. Secondo Pier Paolo, il film poteva dare significato alla vita dell’uomo e questo, d’altronde, è quello che cercava dal suo primigenio uso della letteratura; scegliere i piani sequenza e un preciso dettagliato montaggio è come esprimere un’idea di mondo che arriva direttamente dalle immagini. Si tratta di neorealismo, ma non sempre. Le scelte espressive di Pasolini, negli ultimi anni della sua vita, divennero troppo pericolose, anche per lui.
A fine anni ’70 la strategia della tensione aveva ormai frantumato l’ideale sessantottino di una società più giusta, nel giro di pochi giorni esplose piazza Fontana e morì l’anarchico Pinelli. Testimoniare quei momenti era pericoloso e importante. Lo sapeva Lotta Continua che chiese a Pasolini di dar vita a un manifesto militante, lo immaginava il regista stesso che non comparve come nome nella realizzazione e nella diffusione del girato. Con Giovanni Bonfanti, Pasolini girò l’Italia e diede vita al “12 dicembre” un’inchiesta, un documentario che parla del lavoro e della società e che attraversa anche Carrara, poco distante da qui, con i suoi morti, i suoi problemi che 40 anni dopo rimangono tristemente uguali e irrisolti.
Carrara era anarchica, lo ha scritto nella storia, tutti la pensavano così, dai circoli alle vinerie ai marmi in piazza Alberica. “Tutti gli anni ne muoiono sopra la ventina”, racconta un cavatore di Colonnata, “Qui da noi si muore sotto blocchi. O con l’argano. Per di più è la paura di perdere il lavoro”. Pasolini indugia senza sosta sugli occhi e le mani dei cavatori. I lavoro è la loro speranza, ma anche la loro assenza di una speranza di emancipazione, la si vede nella polvere dei camion, nei pali della lizzatura e negli sguardi rassegnati di chi lavora senza sosta. Questo è il risultato della lotta di classe? Sembra chiedersi il poeta.
“I padroni se ne approfittano perché le famiglie hanno bisogno anche di 30mila lire. Quando qualcuno fa uno sciopero minacciano di licenziare 20 uomini”. L’omologazione sembra aver colto nel segno anche a Carrara.
“Io tutte le notti sogno che alla mattina succeda qualcosa di grosso – sostiene un uomo -, magari anche la rivoluzione”.
Perché Pasolini scelse proprio Carrara? Perché, come molti dei cavatori era attratto dall’insubordinazione. Perché lo fece con il cinema? Perché sebbene volesse alienarsi dalla scrittura, decise di continuare il suo impegno sociale, disegnando con carrellate, panoramiche e obiettivi il suo amore per la vita.
Con 40 anni di ritardo, l’anno scorso, si è riscoperto e si è proiettato un film di Pasolini rimasto nel cassetto di Lotta Continua: “12 dicembre” per l’appunto. “Ci ho lavorato, l’ho montato io, ho scelto io le interviste ma non ho messo la regia – spiega direttamente Pasolini nella nuova versione ampliata e rivista -, perché gli avvocati che l’hanno visto mi hanno detto che era pericolosissimo, che mi avrebbero messo in prigione. E allora abbiamo trovato una formula per cui il mio nome ci fosse, perché chi voleva capire capisse, ma formalmente non potessero procedere contro di me”.

Saranno sei gli appuntamenti con il grande schermo all’interno di Con-vivere 2016, il Festival organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara in programma da giovedì 8 a domenica 11 settembre. La rassegna, curata dalla produttrice cinematografica Tilde Corsi, si snoderà attraverso quattro filoni di interpretazione: confini territoriali, confini storici, confini culturali, confini tra maschile e femminile. “Si tratta di film di altissima qualità, tutti blasonati – spiega Tilde Corsi – che hanno avuto riconoscimenti internazionali ai principali festival di cinema. La scelta non è mai semplice – specifica Corsi – perchè cerco film che non siano troppo vecchi né troppo usurati e che, naturalmente, raccontino i temi del festival”.

Al tema dei confini culturali appartiene Mustang di Deniz Gamze Ergù (Turchia, Francia, Germania, Quatar 2015) candidato come miglior film straniero nella cinquina agli Oscar 2016. E’ la storia di cinque sorelle che in un remoto villaggio turco sono responsabili dello scandalo dalle conseguenze inattese per aver festeggiato con alcuni ragazzini la fine dell’anno scolastico.

L’isola di Lampedusa e gli sbarchi di migranti raccontati attraverso il film documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi (Italia, Francia 2016), Orso d’oro come miglior film al festival di Berlino 2016, ci condurranno nella riflessione sui confini territoriali. Che sono anche quelli tra Usa e Messico di Sicario di Denisi Villeneuve (in concorso al festival di Cannes 2015), dove l’agente dell’FBI Kate Macer (Emily Blunt) prende parte all’operazione per porre fine al malaffare del narcotraffico trovandosi al centro di una situazione di incertezza sospesa tra altri confini: quelli tra il bene e il male.

Il Labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli (prodotta dalla Germania) è stato nella short list miglior film straniero per l’ Oscar 2016. È un cammino di verità tra i confini storici, quelli con cui la Germania democratica fa i conti: fra il prima e il dopo la seconda guerra mondiale e gli orrori dei campi di concentramento.

Poi ci sono i confini tra maschile e femminile di The Danish Girl (Gran Bretagna, Usa 2015) di Tom Hooper, il regista premio oscar per “Il discorso del re”. Il film, in concorso alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2015, ci consegna il dramma esistenziale di Lili Elbe, all’anagrafe Einar Wegener, ispirato alla vera storia del primo transgender che la storia occidentale abbia deciso di raccontare.

Infine un film datato rispetto agli altri, Lisbon Story di Wim Wenders, 1994. Ma, in tempi di nuovi muri, un omaggio voluto a quella sensazione impagabile di libertà di un’Europa senza frontiere all’indomani di Schengen, raccontata nell’immagine del viaggio che il protagonista è chiamato a fare da Parigi a Lisbona in un paesaggio che cambia e che scorre fuori dal finestrino e la lingua parlata nelle stazioni radio che ci fa capire che, durante il percorso, si è cambiato paese.

Con-Vivere, a Carrara "Il mondo visto attraverso il grande schermo"

Come da tradizione film e cortometraggi di registi noti e piacevoli rivelazioni ci condurranno nel viaggio all’interno di Con-Vivere, il festival organizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara che si svolgerà dall’11 al 13 settembre prossimi.

Fantascienza e storia, animazione e genere comico, ancora una volta sono il frutto di uno studio approfondito della produttrice cinematografica Tilde Corsi su un tema vasto e complesso come quello dell’edizione numero X.

Ad aprire la rassegna “Il pianeta che ci ospita” di Ermanno Olmi, un cortometraggio di 11 minuti in programma la prima sera del festival (venerdì 11 settembre) alle 21,00 presso il cinema Garibaldi. Appositamente girato per Expo2015, è il frutto di tre anni di riprese attraverso il Belpaese nelle sue espressioni naturali: gli elementi, la flora, la fauna e l’essere umano con il suo lavoro. Sarà un viaggio intenso che parte dalle Alpi innevate e arriva al profondo sud e che racchiude un messaggio eterno: amiamo il nostro pianeta per tornare ad amare noi stessi.

Che poi è anche il messaggio che la decima edizione di Con-Vivere vuole lanciare.

A seguire, alle 21,15, cinema Garibaldi “Il sale della terra” di Wim Wenders, un documentario che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano Sebastião Salgano, che ha viaggiato per tutti i continenti immortalando un’umanità in pieno cambiamento.

Alle 23,00 spazio alla fantascienza con “Interstellar” di Christopher Nolan, un viaggio immaginario per esplorare lo spazio nella speranza di trovare un luogo adatto a divenire la nuova casa dell’uomo.

L’“Italiano medio” di Maccio Capatonda (in programma sabato 12 settembre) veste i panni di Giulio Verme, un ambientalista quarantenne in crisi depressiva che vive la sua vita in una battaglia continua nei confronti degli sprechi e della rovina dell’ambiente fino a quando non assume una pillola che riduce temporaneamente l’utilizzo del proprio cervello dal normale 20% al 2%. Cosa che gli permette di superare la depressione non pensando più all’ambiente ma solo a se stesso alle donne, ai visi, passioni e virtù insomma di ogni italiano medio appunto.

Il film prevede anche un approfondimento domenica 13 alle 17,30, nell’incontro a due voci “Mobbasta. Anti-eroi dell’ambiente”. tra il regista Capatonda e la giornalista Myrta Merlino.

“Koyaanisqatsi” di Godfrey Reggio, che sarà proiettato a seguire, significa “vita squilibrata”ed è un termine Hopi (un’antichissima tribù di pellirossa dell’Arizona), utilizzato per riferirsi agli squilibri e alle follie di una vita in via di degradazione che ha bisogno di un cambiamento imminente. Immagine naturali e urbane si susseguono in un montaggio accelerato e rallentato, il tutto accompagnato dalla musica coinvolgente di Philip Glass.

Chiuderà la tre giorni di cinema a Con-Vivere festival “Wall·E” di Andrew Stanton, vincitore del premio oscar di animazione, una storia d’amore inedita tra Wall·E e E.V.E, due robot unici abitanti di una terra invasa dai rifiuti e abbandonata dagli umani, che, attraverso il loro incontro, cambieranno il destino di tutta l’umanità.

Stephen Hawking, i confini della malattia e quelli delle stelle

Qualcuno di voi ha conosciuto Stephen Hawking dopo l’uscita del film “La teoria del tutto“, qualcuno da molto prima, qualcuno addirittura sapeva che nel 2009, il fisico più importante del mondo stava per lasciarci. La prognosi dell’università di Cambridge non lasciava molta speranza e molto giornali stavano iniziando a pubblicare articoli in cui venivano commemorati suoi studi e ricordi della sua vita ancor prima che fosse scritta la parola fine alla sua straordinaria avventura. Per tutti, i medici per primi, non c’era quasi più nulla da fare e invece, come ormai era sua abitudine fare, Hawking è sopravvissuto.

Stephen oggi ha 73 anni e non dovrebbe essere ancora qui e secondo la sua stessa scienza difficilmente sarebbe potuto sopravvivere per vedere il film che parla di lui, della sua vita e della sua lotta. Invece, sorprendendo chiunque è con noi e parla anche della “Teoria del tutto” dicendo quanto gli sia piaciuto, facendolo in barba a tutti coloro che ogni anno lo credono pronto a lasciarci.

Sappiamo che Hawking è malato di SLA, una malattia che può capitare a chiunque di noi e che causa, prima di tutto, debolezza muscolare, poi deperimento e paralisi, che non permette più di parlare, deglutire e respirare. Si è riusciti a definire che dopo la diagnosi di questa malattia, la vita media è compresa tra i due e i cinque anni (Ad Hawking, a 21 anni, ne avevano dati due). Metà dei malati riesce a sopravvivere più di 3 anni e un quinto va oltre i 5 anni, poi le statistiche sono meno rosee.

Stephen, oggi, è sopravvissuto così tanti anni alla SLA che i medici si stanno chiedendo se effettivamente egli soffra di questo disturbo. Molti si meravigliano e altri si sorprendono solamente di non aver visto mai nessuno come lui, un soggetto di studio in cui la malattia sembra essersi esaurita, rimasta stabile, definendo un caso più unico che raro.

Perché Hawking ce l’ha fatta e molti altri malati no? E’ solo fortuna o è la natura sovrannaturale della sua intelligenza ad aver fermato un destino ormai imminente? Non può dirlo nessuno, nemmeno lui che una volta ha detto “Forse la mia varietà di SLA è condizionata dal cattivo assorbimento delle vitamine”.

Mentre la SLA insorge in media verso i 55 anni nel corso della vita, Stephen l’ha contratta da giovane, con un piccolo inciampo: “Durante il mio terzo anno a Oxford avevo notato che mi sembrava di essere sempre più goffo, ed ero caduto una o due volte senza nessuna ragione apparente” ha scritto, “ma è stato poi quando sono andato a Cambridge che mio padre lo ha notato e mi ha portato dal medico di famiglia. Lui mi aveva indirizzato da uno specialista e poco dopo il mio ventunesimo compleanno sono andato all’ospedale per dei test. È stato un grande shock per me scoprire che avevo la malattia del motoneurone”.

Sembra quasi un paradosso, ma il prof. di neurologia clinica Nigel Leigh del King’s College ha spiegato come la sopravvivenza alla SLA sia migliore nei pazienti giovani, praticamente una “bestia differente” e nessuno sa il perché. La qualifica di bestia però non viene cancellata se guardiamo i due modi con cui “uccide”: colpendo i muscoli respiratori e attaccando i muscoli della deglutizione, un paziente che non sia nel mirino di questi due espedienti può vivere – a dirlo sono ancora professori universitari – potenzialmente più a lungo. Ma quanto? Quanto Stephen Hawking? Da parte sua, lo scienziato dice che è stato proprio il suo lavoro sedentario ad avergli permesso di vivere più a lungo degli altri: ” Mi ha aiutato il fatto di avere un lavoro e di essere curato così bene, ho la fortuna di lavorare nel campo della fisica teorica, uno dei pochi campi in cui la disabilità non è un handicap grave”.

Insomma, vedere oggi Hawking in giro con la sua carrozzella è un po’ come vedere una delle due modalità in cui la SLA aggredisce il corpo e vedere, allo stesso momento, come la mente dell’uomo possa arrivare lontano, fino ai limiti dell’universo, se esistono.