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Lo scorso 16 gennaio, all’età di quasi 79 anni, ci ha lasciato il regista David Lynch, autore premiato a Cannes, Venezia e con l’Oscar alla carriera. Un narratore divisivo, come succede sempre con i cineasti originali: uno come Lynch non può stare nel mezzo e accontentare più o meno tutti, è per forza di cose dibattuto, o si impazzisce per lui o non lo si tollera.
E questo vale anche per altri registi che hanno fatto dell’originalità un proprio marchio di fabbrica: Alejandro Jodorowsky, Luis Buñuel, il nostro Marco Ferreri, Shinya Tsukamoto, i più recenti Gaspar Noé e Yorgos Lanthimos, o per ultimo il più giovane Ari Aster. Vengono definiti ora visionari, ora surrealisti, e il loro cinema è associato a termini come onirico e sperimentale. Ma alla fine, al di là delle sensazioni soggettive, quali sono gli elementi che rendono un certo tipo di cinema così… “strano”?
Facciamo un po’ di ordine, e iniziamo a capire cosa si intende, al lato pratico, quando si parla dello stile di un regista. “Gravity” di Alfonso Cuarón è una pellicola estremamente sperimentale da un punto di vista tecnico ma ciò non pone certamente tale opera tra quelle definibili oniriche o visionarie. L’impronta registica di Ingmar Bergman è perfettamente riconoscibile in tutta la sua filmografia, eppure molte delle sue opere trattano tematiche quotidiane e familiari, lontanissime quindi dalle atmosfere del sogno e dell’incubo. Lo stile di Cuarón si può definire sperimentale mentre quello di Bergman autoriale.

E quindi? L’errore comune è quello di confondere lo stile di un regista con un altro elemento che fa pendere fortemente le storie verso qualcosa di classico o di più anomalo, e questo elemento è il tono. Esso può oscillare, e lo sappiamo bene, dal comico al drammatico, ma può anche spostarsi lungo un’altra linea, quella compresa fra gli estremi del minimale e del grottesco.
Delineando il tono di una storia un autore ha varie componenti che può forzare o esasperare, e questo fa tendere il tutto verso quell’atmosfera grottesca che spesso viene associata al surreale o al visionario: può enfatizzare la recitazione degli attori, drammatizzare le luci, esagerare scenografie e costumi, utilizzare una musica dissonante. Gli esempi sarebbero innumerevoli, ma il giusto dosaggio tra elementi più forzati e altri più sottotraccia permette ad ogni film di trovare, si spera, il proprio tono ideale.
Registi compresi tra quelli citati precedentemente – Jodorowsky, Noé, Lanthimos – esasperano molti di questi elementi e i loro film risultato spesso deliziosamente e diabolicamente assurdi. Ma, pur grandissimi, nessuno di loro si avvicina alle atmosfere di Lynch. La domanda quindi è: cosa rende i film di Lynch così unici?

La soluzione del quesito è nel sapiente equilibrio dei diversi elementi di cui abbiamo fatto qualche esempio poco sopra. Spesso le scene di Lynch sono ambientate in luoghi apparentemente anonimi, quotidiani: una tavola calda, un ufficio, un appartamento.
Molti elementi appaiono assolutamente normali, a volte addirittura minimali, e poi… uno o due caratteristiche estremamente grottesche ci rendono il tutto decisamente lontano dalla nostra idea di realtà: un attore che recita in modo caricato, una musica troppo invadente, la strana disposizione dei mobili in un ambiente.
E se ci pensate bene, non accade proprio questo nei sogni? La nostra casa e nostra madre che ci sembrano la nostra casa e nostra madre, ma con un qualcosa, anche se non sappiamo realmente cosa, che ce le fa sembrare “diverse”. Lynch, come un sogno, ci mette a nostro agio per poi toglierci ogni certezza, e nessun altro ci è mai riuscito con altrettanta efficacia.