Un uomo è morto perché ha provato a mettere in pratica l’essere un cittadino. Mentre i riflettori dei tg adesso si accorgono che la violenza esiste anche a Massa è iniziato il solito, stucchevole, festival del “Siamo tutti colpevoli”.
La realtà è che non lo siamo affatto.
C’è una strana mania di spalmare la responsabilità come fosse Nutella su tutta la popolazione, ed è il trucco magico preferito di chi non vuole risolvere nulla. Qualche riflessione: dire che tutta la società ha fallito è in qualche modo alleggerire la colpa stessa di chi ha commesso la violenza, di chi non ha educato, di chi non ha sorvegliato, prenderci responsabilità non nostre e lasciare che quelle effettive cadano nel dimenticatoio.
Lo abbiamo già visto accadere: femminicidi, infanticidi, diventano colpe collettive. A discapito di chi sabato notte, a quell’ora stava leggendo un libro, guardando un film, senza lanciare bottiglie, senza ignorare i figli mentre diventavano mostri del week end, senza tagliare fondi alla sicurezza per costruire un’aiuola. Ma d’altronde dire che “è colpa di tutti” è utile solo a far sentire con la coscienza a posto solo a chi ha davvero delle responsabilità, vedasi alla voce famiglie, istituzioni, servizi sociali.
La verità è molto meno poetica di quella che molti maitre a penser radical chic vogliono farci passare. Esistono scelte individuali e fallimenti. Genitori che non sono adatti a fare i genitori, istituzioni che pensano solo a fare inaugurazioni e a dibattiti di cui non importa nulla a nessuno.
Ecco, quello che deve finire è la necessità di coinvolgere tutti in un disastro educativo e politico che hanno nomi ben precisi. Giacomo Bongiorni non è morto per “colpa nostra”, è morto perché qualcuno ha colpito e tante altre persone, che avrebbero dovuto impedirlo anni fa, stavano a guardare altrove.
PS.
Ultima cosa. C’è un limite sottile dove l’analisi psicologica diventa anestesia della giustizia. Spiegare il “perché” certi giovani di comportano in certi modi è utile per i convegni; punire “chi” lo ha fatto è necessario per la civiltà (e non è vendetta, sia chiaro). Altrimenti, il messaggio che passa a quel bambino di 11 anni è che suo padre è morto per permettere a dei coetanei di “riempire di valore il proprio sé”.
