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Una delle frasi su cui ho riflettuto di più nella mia vita è stata “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”, a scriverla fu Primo Levi, non a caso uno scrittore, un intellettuale che sopravvisse all’Olocausto. Mi preme, seguendo una linea logica, fare chiarezza su un dibattito che oggi – in Lunigiana come nel resto del Paese – stra prendendo forma: quanto c’è di vero nell’associazione CPR=lager?
Ad alzare la voce si fa presto, cartelloni, teatro e striscioni ma il rischio è politico e culturale: scivolare nell’iperbole propagandistica anti-giustizialista, offrendo il fianco a chi, per reazione, decide di liquidare l’intera critica ai CPR come una “esagerazione della sinistra” o “retorica buonista”. Per evitare questa trappola, dobbiamo fare un’operazione di igiene mentale e linguistica. Dobbiamo chiederci: cosa descriveva davvero Wiesław Kielar nel suo monumentale e difficilissimo Anus Mundi? E cosa sono, invece, i CPR oggi?
Wiesław Kielar, prigioniero politico polacco ad Auschwitz (numero 290), ha intitolato le sue memorie Anus Mundi, riprendendo la cinica definizione data dall’ufficiale medico delle SS Heinz Thilo per descrivere il campo di sterminio: “l’ano del mondo, il luogo di massima escrezione dell’umanità”. Una definizione che è perfetta per un inferno in terra.
Nelle pagine di Kielar non c’è solo il racconto della violenza fisica, ma la descrizione di una “fabbrica della morte” totalitaria. Il Lager descritto in Anus Mundi è uno spazio strutturato per l’eliminazione fisica e sistematica, sorretto dall’istituto della Schutzhaft (la custodia protettiva) che cancellava totalmente il potere giudiziario e ogni diritto alla difesa. Nel Lager si realizzava l’annullamento radicale della personalità giuridica: il prigioniero smetteva di essere un uomo e diventava un numero, una res biologica, “nuda vita” sacrificabile sull’altare dell’ingegneria sociale o razziale.
Il Lager era un’istituzione totale finalizzata allo sterminio o al lavoro forzato coatto, protetta dalla segretezza assoluta e preclusa a qualsiasi controllo esterno.
Se confrontiamo l’universo di Kielar con la realtà della detenzione amministrativa in Italia, emergono asimmetrie profonde che non possono essere ignorate. Per mantenere un rigore analitico, un giornalista o un osservatore onesto deve porsi tre domande fondamentali:
Riconoscere queste differenze strutturali non significa affatto assolvere i CPR. Al contrario, significa rendere la critica più solida e inattaccabile. Non abbiamo bisogno di evocare i camini di Auschwitz per descrivere l’orrore burocratico della detenzione amministrativa contemporanea.
I CPR sono, per usare le categorie del filosofo Giorgio Agamben, spazi in cui si applica la “logica del campo”. Non sono Lager di sterminio, ma sono “buchi neri” dell’ordinamento costituzionale. La vera critica non deve scivolare nella propaganda, ma deve inchiodare lo Stato alle sue stesse leggi e alla sua Costituzione:
La lezione che ci lascia Anus Mundi è che l’inferno totalitario ha una sua specificità storica unica, legata all’annientamento programmato dell’uomo. Dire che il CPR è esattamente un Lager è un errore che fa un favore ai sostenitori della detenzione amministrativa, perché permette loro di fare accademia e difendersi dietro la forma giuridica.
La vera sfida intellettuale è dimostrare che il CPR è inaccettabile proprio perché siamo in una democrazia, proprio perché abbiamo una Costituzione e proprio perché quei “buchi neri” avvengono in nome del nostro ordinamento. La realtà del degrado, del contenimento chimico e della violenza strutturale non ha bisogno di iperboli per essere condannata. Ha solo bisogno di essere guardata per ciò che è: un fallimento dello Stato di diritto.