giovedì 23 Maggio 2024

Dal Parco nazionale recuperati i muretti a secco a Camporaghena

Con una serie di muretti a secco recuperati all’ingresso del borgo, in Lunigiana a Camporaghena di Comano, va in scena uno degli interventi di recupero più suggestivi di inizio 2024 del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano.

Camporaghena è il paese che, nel 2010, ha espressamente richiesto e ottenuto l’adesione al Parco Nazionale dell’Appennino. “Una scelta affettiva e identitaria per un antico e piccolo borgo che vuole un futuro – afferma Antonio Maffei, sindaco di Comano e consigliere del Parco nazionale -. Abbiamo recuperato questi muretti a secco di contenimento delle carraie di accesso al paese così come li avrebbero ripristinati i camporaghenesi mille anni fa, naturalmente senza malte cementizie. Una scelta conservativa e rispettosa della presenza di case in pietra del paese e dei loro numerosi portali in pietra”.

“Nelle aree protette – entra nel dettaglio il presidente Fausto Giovanelli presidente dell’ente con sede a Sassalbo –, i muretti a secco svolgono un ruolo importante in quanto testimoniano pratiche agricole e silvo-colturali storiche, tutelano la biodiversità, rafforzano l’identità storico-culturale dei luoghi, combattono i fenomeni erosivi. Inoltre, rappresentano un elemento paesaggistico di particolare importanza e significato la cui valenza è stata riconosciuta dall’Unesco che ha inserito ‘L’Arte dei muretti a secco’ nella Lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità”.

I lavori attuati dal Parco nazionale dell’Appennino interessano i muretti che costeggiano il sentiero che dal Borgo di Camporaghena arrivano ai Prati di Camporaghena, sotto la catena montuosa dei Groppi. Dai Prati di Camporaghena il sentiero prosegue poi per il Passo dell’Ospedalaccio o in alternativa consente di raggiungere l’abitato di Sassalbo in Comune di Fivizzano. Questa opera di recupero ha previsto la ricostruzione dei muretti in pietra parzialmente crollati utilizzando il materiale lapideo disponibile in loco, con eliminazione della vegetazione cresciuta e che li aveva danneggiati. Sono stati anche realizzati drenaggi sul sentiero. Questo intervento, per un importo complessivo di 116.256 euro, rientra nel programma del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica istituito a partire dal 2020 e dedicato al potenziamento delle infrastrutture verdi presenti nei territori dei parchi nazionali, destinando risorse specifiche ad azioni di recupero delle infrastrutture esistenti, con particolare riferimento a sentieri e muretti a secco.

I muretti a secco ripristinati si estendono lungo la direttrice e antica via di comunicazione Torsana – Sassalbo – Lagastrello. Un luogo di significativo interesse turistico dato che attorno è possibile accedere ai Prati di Camporaghena, da cui dipartono numerosi sentieri, al Castello, all’Antico Ponte di Comano, quindi al Lago Squincio, Lago Paduli, Cascate e Mulino Canale Trauri con la Cascata Canale di Fenestrelle.

“Camporaghena – conclude il presidente Giovanelli – è un luogo di emigrazione, oggi di poche persone, seconde case e semi residenza. Eppure il paese vive oggi forse più che qualche anno fa. Le azioni di recupero edilizio restano uno dei passi fondamentali per la tutela e l’attenzione che i borghi storici  meritano”.

LA SCHEDA – Camporaghena e i muretti a secco

Camporaghena è un borgo che conserva importanti elementi tipici del paesaggio rurale, con tratti di sentiero ancora racchiusi tra muretti a secco e ciottolato, passaggi su piccoli canali d’acqua, presenza di antiche maestà (se ne incontrano almeno cinque sul tratto interessato dall’intervento di recupero del Parco), un antico mulino ad acqua (mulino Nardini) e diverse fontane e abbeveratoi dismessi, piccoli ricoveri per pastori e per boscaioli. Questi ultimi un tempo furono molto utilizzati in quanto la località Prati di Camporaghena, come suggerisce il nome, è da sempre zona di pascolo per il bestiame (ovini, caprini e bovini). 

I muri a secco costituiscono oggi un manufatto sempre più difficile da realizzare o recuperare a causa del sempre più esiguo numero di persone capaci di costruirli a regola d’arte. Nella tecnica di costruzione di un muro a secco, che non prevede l’utilizzo di malte cementizie per legare le pietre, la stabilità era affidata alla bravura del costruttore. Le dimensioni del muro (altezza, larghezza, spessore) venivano valutate in funzione della tipologia di manufatto (muretti di sostegno a terrazzamenti, supporto alla viabilità forestale, delimitazione di confini e proprietà), della pendenza e dell’estensione dell’eventuale versante da terrazzare, mentre la tessitura e il colore del muro erano il risultato dell’utilizzo del materiale reperibile sul posto. La costruzione di un muro di sostegno era un’attività molto faticosa poiché attuata in condizioni disagevoli, spesso di notevole pendenza dei versanti e di difficoltà di trasporto delle pietre da costruzione.

Il recupero deve avvenire con tecniche tradizionali, e pertanto non legando le pietre con malta cementizia: questo costituirebbe un danno non solo dal punto di vista paesaggistico, ma anche ecologico (discontinuità del passaggio di microfauna), statico (rischio di distacco del paramento murario e suo ribaltamento) e di conseguenza idrogeologico (instabilità del versante). Molte vaste estensioni di muri a secco presenti lungo le viabilità storiche e anche in aree rurali rappresentano il frutto del lavoro collettivo delle comunità locali, che attraverso la pratica secolare delle “prestazioni” sfruttavano i mesi di pausa dall’agricoltura per eseguire opere di utilità collettiva, dalla lastricatura di strade al dissodamento di campi da coltivare al terrazzamento dei versanti.

Redazione
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