sabato 15 Giugno 2024

I ragazzi lunigianesi sul treno della memoria, ecco il loro racconto

16 studenti lunigianesi hanno partecipato all’edizione 2019 del treno della memoria, organizzato dalla regione Toscana. Hanno fatto parte dei complessivi 500 che dalla regione si sono mossi per vedere coi propri occhi gli orrori della shoa, un sistema di morte ragionato e messo in pratica dal nazismo durante il secolo scorso.
Cosa è rimasto di questo viaggio? Lo abbiamo chiesto ai ragazzi proprio negli ultimi chilometri prima del ritorno a casa, nella distanza tra Carrara e la Lunigiana, un breve tratto reso possibile da ANPI MASSA CARRARA, ISRA, SPI CGIL AULLA, ANPI SEZIONE TRESANA che hanno permesso il trasporto. Ragazzi stanchissimi, infreddoliti, ancora impauriti da ciò che hanno avuto modo di vedere.
Il pullman da Massa alla Lunigiana è per noi uno spazio temporale per ascoltarli, una manciata di minuti per sapere da loro cosa hanno provato, cosa li ha colpiti, cosa si porteranno dietro.
Abbiamo scelto di raccogliere le loro testimonianze con un microfono e di riportarle qui, come brevi frasi, pensieri, racconti di un viaggio unico, nella storia, nell’orrore, nel freddo, un racconto corale destinato a diventare molto più di un ricordo.
“Dovrebbero fare almeno tutti questa esperienza almeno una volta nella vita.
Sembra un posto finto, un’aria, un posto pieno di baracche, non puoi fare altro che immaginarti un posto pieno di persone ammassate, un posto finto.
Il primo giorno che siamo arrivati abbiamo visitato il centro di Birkenau, il secondo giorno siamo andati ad Auschwitz 1, dove dentro dei fabbricati c’è un museo con dentro una montagna di capelli (2 tonnellate). Un ammasso di scarpe. I disegni sulle pareti, fotografie, graffi. Segni di paura“.
“C’è un libro con i nomi. Sono pagine enormi. E ne mancano. Nessuno sa di preciso quanti saranno”
“Non sono riuscita a vedere tutto, era troppo pesante per me, vedere le scarpine e i vestitini dei bambini, era davvero troppo…”
“Cosa mi ricorderò? Il freddo che ti penetra nelle ossa. Pensare che noi avevamo 40 strati, ma soffrivamo comunque. Immaginavamo loro che avevano al massimo un pigiama, una camicia, nient’altro”.
“Arrivavano con un treno, venivano divisi, alcuni venivano mandati direttamente nelle camere a gas, altri a lavorare. Appena entrati nel campo tutti dovevano fare le docce che potevano essere o freddissime o bollenti. Poi li svestivano, gli tagliavano i capelli, tatuavano il numero e portavano via tutte le cose che avevano“.
“C’era una separazione, gli adulti venivano separati dagli adulti. I bambini erano magrissimi, anoressici, molti erano affetti da malformazioni”.
“Abbiamo visto 4 stanze piene di scarpe”.
“Siamo entrati anche nelle camere a gas”.
“Adesso ci sentiamo come la responsabilità di raccontare quello che abbiamo visto”.
“La cosa che mi ha colpito di più è stata quella di provare sensazioni stranissime, non solo emozioni, ma proprio fisiche. Lassù in inverno fa freddissimo, scendi dall’autobus e dopo due minuti ti si congelavano i piedi, il naso, le mani. Immaginarsi quella povera gente, con delle camicie…è difficile anche da raccontare, sembra impossibile”.
“Le foto che abbiamo visto ci hanno fatto impressione, le foto delle persone, magrissime, persone adulte di 20 chili che non hanno più un aspetto umano, senza capelli, la differenza tra studiarle nei libri e vedere dal vivo è grandissima, perché ad Auschwitz non c’è la censura”.
“C’era pieno di vestiti, anche quelli dei bambini, ti faceva capire che non veniva fatta distinzione, tra maschi, femmine, adulti, venivano sterminati tutti indipendentemente dall’età”.
“È stata formativa perché ci siamo trovati nel luogo in cui sono accadute queste cose. Non è come leggere. Abbiamo provato sensazioni fisiche, il freddo. E poi sapevamo cosa stavamo andando a vedere, immagina loro, spaventati, ignari di quello che sarebbe successo”.
“Nelle camere a gas c’erano i segni delle persone che stavano dentro, i buchi da cui usciva il gas, i forni, i carrelli su cui venivano messi i corpi. Ti rendevi conto che era una morte lenta, pianificata apposta per farli soffrire, non gli lasciavano neanche la dignità di morire“.
Un viaggio difficile da dimenticare.

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