«Parteciperò come ogni anno alle celebrazioni del 25 Aprile perché ne riconosco i veri valori». Con queste parole il sindaco di Zeri, Cristian Petacchi, interviene in vista della Festa della Liberazione, offrendo una riflessione articolata sul significato della ricorrenza e su come essa venga oggi percepita, anche a livello locale. Per il primo cittadino, infatti, il 25 Aprile “non può essere ridotto a ritualità o a schieramento”. Al contrario, rappresenta ormai «una linea di confine: da una parte la libertà, dall’altra l’imposizione».
Una data che Petacchi definisce “trasversale e profondamente pluralista”, costruita dal contributo di forze diverse, unite non da un’ideologia unica ma da un obiettivo condiviso: restituire all’Italia la libertà… una libertà ormai andata perduta, per certi versi: «La libertà, quella vera – commenta – non chiede uniformità. Non pretende silenzio. Non espelle chi dissente. La democrazia non è “o con noi o contro di noi”. Non è appartenenza acritica. Non è ridurre le persone a etichette quando non si allineano. Eppure a comportarsi così sono proprio quelli che dicevano di credere nella democrazia: evidentemente intendevano solo quella che vota come loro. Il resto, a quanto pare, è lesa maestà. Alcuni di questi palesemente ipocriti che considero nuovi fascistelli e fascistelle travestiti da comunisti.»
Da qui il riferimento a una recente vicenda, che ha dato origine alla sua riflessione: «Il mese scorso ho espresso una posizione favorevole al referendum sulla giustizia. Non per appartenenza politica, ma nel merito di una riforma che ritenevo potesse migliorare concretamente il funzionamento dei tribunali. Una scelta libera, autonoma, responsabile. Eppure, per alcuni è bastata una differenza su un singolo tema per cambiare sguardo, per trasformare il confronto in sospetto, il dissenso in colpa. Questo non è spirito democratico. È il suo contrario. E appartiene a gente che ha votato contro a prescindere solo perché presentata da un governo nemico. Eppure si trattava di un cambiamento che avrebbe migliorato e rafforzato la percezione di giustizia e la gestione delle controversie nei tribunali, senza più la certezza dell’impunità dei magistrati che sbagliano, in alcuni casi anche dolosamente. E infatti, alcuni di loro, festeggiavano alticci sulle note di Bella Ciao».
Il sindaco insiste quindi su un punto centrale: «Votare senza entrare nel merito, per disciplina o per convenienza, significa rinunciare alla propria libertà di giudizio». Il 25 Aprile, dunque, non solo come memoria storica, che chiaramente non si mette in discussione, ma anche e soprattutto come richiamo attuale ai valori fondanti della convivenza civile: «Questa giornata ci consegna un principio semplice e non negoziabile: la libertà vale anche e soprattutto per chi non la pensa come noi. Chi oggi fatica ad accettarlo non sta difendendo la democrazia. Sta dimenticando perché esiste. E dimenticarlo è sempre il primo passo per indebolirla, riducendo questa festa da risorsa a escrescenza, facendo sì che la partecipazione venga sempre meno». Quindi conclude: «25 Aprile, festa della libertà di tutti? Certo. Però, a quanto pare, purché si pensi sempre tutti e su tutto allo stesso modo. Con istruzioni e ordini ben precisi. La libertà di pensiero, alla fine, non esiste per certi personaggi.»
