Toscana, il punto sulla crisi dell’ippica

Anche se viene considerato da molti uno sport minore, il seguito dell’ippica in Italia non è affatto trascurabile. Le corse dei cavalli rappresentano pur sempre un classico dell’intrattenimento e nel tempo i film a tema così come le quote sull’ippica hanno contribuito inevitabilmente ad alimentare la popolarità di questa disciplina. Eppure, dietro il fascino intramontabile del galoppo, si nasconde un settore in profonda sofferenza. E la Toscana, terra da sempre legata al cavallo, ne è forse l’esempio più emblematico, con i suoi ippodromi storici alle prese con un futuro sempre più incerto.

Toscana, terra di cavalli

Poche regioni possono vantare un rapporto così stretto con il mondo equino. Dalla tradizione dei butteri maremmani agli storici impianti come San Rossore, a Pisa fino all’impianto del Visarno a Firenze, la Toscana ha rappresentato per decenni un punto di riferimento nazionale, con una manciata di ippodromi e migliaia di addetti tra allevatori, fantini, artieri e personale di scuderia. Un patrimonio fatto di competenze, passione e indotto economico, che ha reso questa terra una delle capitali italiane delle corse. Oggi, però, quel primato è messo seriamente in discussione, con diversi impianti che rischiano di scomparire. Un declino che sta colpendo tantissimi impianti storici in tutta Italia, come San Siro a Milano e Tor di Valle a Roma, ma anche quello di Agnano a Napoli, così come sono a rischio quelli di Taranto e Capannelle a Roma. Insomma, sono chiusure che stonano con una tradizione che ha attraversato generazioni: perché in Italia le corse dei cavalli hanno saputo regalare miti sportivi e momenti epici, tanto da entrare persino nell’immaginario popolare attraverso il cinema e la letteratura, e la Toscana di quel racconto è sempre stata una delle protagoniste.

I simboli in affanno

Gli esempi non mancano. A Grosseto, lo storico ippodromo del Casalone ha visto andare deserte le aste per la gestione, precipitando in un limbo fatto di incertezze. Situazione persino più drammatica a Follonica, dove l’impianto dei Pini è al momento chiuso e si attendono notizie sulla prossima stagione. Il caso più simbolico, però, è quello di Livorno dove il bando per la gestione dell’ippodromo Caprilli era andato deserto, e solo un affidamento diretto dell’ultima ora, arrivato all’inizio del 2026, ha evitato la paralisi totale, garantendo un calendario minimo di poche giornate di galoppo. Impianti gloriosi ridotti a lottare per la sopravvivenza, insomma, tra bandi senza offerte e amministrazioni costrette a intervenire d’urgenza.

Le cause e qualche speranza

Alla base di questa crisi c’è un intreccio di fattori. Da un lato la contrazione delle risorse pubbliche destinate al comparto, con un calendario nazionale delle corse sempre più ridotto e i fondi destinati ad altre strutture e infrastrutture. Dall’altro c’è un sensibile calo di attenzione degli appassionati e la difficoltà nell’attrarre nuove generazioni di tifosi, indispensabili per garantire un futuro alla filiera. Non tutto, però, è perduto. Attorno ad alcuni impianti sono nati comitati e progetti di rilancio, spesso legati a eventi e manifestazioni capaci di riportare il pubblico sugli spalti. La strada è in salita, ma la volontà di non arrendersi non manca. In diversi casi, la spinta arriva dal basso con associazioni, allevatori e semplici appassionati che si rifiutano di lasciar morire una tradizione secolare e che chiedono a gran voce un intervento strutturale, capace di andare oltre le soluzioni-tampone dell’ultimo minuto.

Un patrimonio da non disperdere

La partita, in fondo, va ben oltre lo sport. Chiudere un ippodromo significa cancellare posti di lavoro, competenze artigiane e un pezzo di identità di un territorio. L’ippica italiana ha regalato campioni entrati nella leggenda e momenti indimenticabili, e la Toscana è stata protagonista di molte di quelle pagine. Salvarne i sette impianti toscani significa allora tutelare non solo delle piste, ma un intero mondo fatto di uomini, animali e tradizioni. La speranza è che le istituzioni sappiano cogliere l’urgenza prima che sia troppo tardi, perché certe eccellenze, una volta perdute, difficilmente si riescono a ricostruire.

Redazione
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