8 Febbraio 2023

Si chiude un nuovo annus horribilis per i mercati finanziari

Per il 2022 ci si attendeva inflazione sotto controllo e buone prospettive per il mercato. Ma tutte le previsioni espresse nel 2021 si sono rivelate errate. I mercati azionari hanno incontrato una lunga fase di ribasso; il rimbalzo è stato di lunga durata, ma insufficiente. L’obbligazionario, da parte sua, ha archiviato la peggiore stagione da 50 anni a questa parte, pur con prospettive di recupero per il 2023. Risultato: per la quarta volta da sempre (le altre, nel 1931, 1941 e 2018), azioni e bond hanno chiuso l’anno in negativo.

Ancora più allarmante la situazione delle materie prime. Il gas ha raggiunto livelli record nel corso dei primi mesi della guerra russo-ucraina, per poi tornare a prezzi più gestibili (ma sempre troppo alti) e il petrolio è schizzato in alto prima di attestarsi in un territorio più neutrale.

L’inflazione è salita al 10% nel mondo occidentale e molte economie stanno per entrare in recessione.

Già dopo la prima settimana di gennaio, chiusa con forti cali dei mercati, si era capito che le previsioni non corrispondessero alla realtà, anche se il fenomeno sembrava passeggero e poco preoccupante. Il conflitto tra i Russia e Ucraina ha poi generato un altro cigno nero. Il calo dei mercati azionari è proseguito fino a fine estate e il rimbalzo ha offerto un recupero solo parziale delle perdite accumulate nel corso dell’anno. Nell’azionario, i mercati europei chiuderanno dunque a -10%, l’indice S&P a -20% circa, il Nasdaq a -33% e l’indice Msci World segnerà quasi – 14%. Per l‘obbligazionario è stato l’anno peggiore degli ultimi 50 con perdite ampiamente superiori al 10% ed un arretramento di circa il 14% per i governativi dell’area euro. Oggi tutti i bond dei paesi che adottano la nostra moneta con scadenze fino a cinque anni offrono performance positive; anche il Treasury, già nel 2021 in territorio positivo, è balzato oltre il 3,5%. Nel 2022, molte materie prime hanno raggiunto picchi preoccupanti, per poi scendere e attestarsi su prezzi più sopportabili. Il caso più clamoroso è rappresentato dal gas, la cui galoppata vorticosa ha rischiato di mandare a terra l’intera Europa, provocando la chiusura di varie aziende. Gli interventi di alcuni Paesi hanno un po’ mitigato le conseguenze, ma nulla ha potuto fermare l’inflazione, proprio perché legata al prezzo del gas e ai timori di non poterne ricevere a sufficienza.  Nell’anno, il costo del petrolio è schizzato in alto, costringendo il governo italiano a diminuire provvisoriamente le accise. La recente diminuzione dello sconto fiscale sul carburante, deciso dal governo Meloni, non ha influito molto sui prezzi, stabili per il calo degli indici Brent e Wti. Nel futuro sul prezzo del petrolio potrebbero contribuire decisioni dell’Opec+, la ricostituzione delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti e la ripartenza della domanda di oro nero in Cina.

(di Carlo Vedani, amministratore delegato di Alicanto Capital)

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