Non sono nomi immaginari

Camara Fantamadi non è un nome immaginario. Non è quello delle storie che hanno il sapore arido del vento africano.

Camara Fantamadi era un giovane di 27 anni, morto di lavoro, morto di caldo per cosa? Lo hanno trovato a bordo strada, in Puglia, nelle campagne di Tuturano, accanto alla sua bicicletta, l’unico mezzo che aveva per andare a lavoro e tornare al suo giaciglio, la sera, stanco, come tutti quelli che d’estate lavorano nelle campagne assolate, nelle masserie e nelle piantagioni.

La morte sul lavoro ha davvero una ragione? Ce lo chiediamo da tanto ormai. Ce lo siamo chiesti guardando l’immagine di Luana, e di tutti coloro che hanno smesso di muoversi, schiacciati, compressi, tagliati, tranciati dalle macchine e dal profitto.

E ora d’estate abbiamo la storia di Antonio Valente, che è morto a 35 anni, mentre distribuiva volantini sotto il sole. Sappiamo che altri 4 operai sono stati ricoverati in ospedale. Anche loro per il caldo. Per il lavoro.

Chi è il lavoratore oggi? Il facchino della cooperativa con il nome lunghissimo, il rider irregolare, il bracciante spesso in nero. E se ci pensate anche quello che insiste per riporre al nostro posto il carrello vuoto al supermercato per potersi tenere la moneta da un euro. Appartengono tutti alla schiera degli invisibili. Sopra di loro c’è chi li sfrutta quando non gli riconosce una paga contrattuale, tutele e diritti da Paese civile, rispetto e dignità. 

Questo giornale avrà sempre un occhio di riguardo per il lavoro. Lo dobbiamo fare per Antonio, Luana, Camara, Adil, tutti quelli che non diventeranno mai grandi per via dell’indifferenza e della frenetica corsa all’arricchimento.

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