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Fare memoria come atti di gentilezza: il ricordo di una comunità a 80 anni dal primo bombardamento su Aulla

Si sono rincorsi gli ormai pochi ricordi e ciò che con amore, nel tempo, è stato raccolto, viene raccolto, da Fili di Juta, l’associazione che dal 2017 riallaccia le fila di una storia qual è quella dello jutificio Montecatini e più in generale della Ragnaia, quartiere, fabbrica, mondo, parte importante di Aulla. Siamo nella vecchia chiesa del quartiere, l’evento si chiama “Biondo Tevere in sala mensa” ed in effetti quel vino, unico per lo spaccio aziendale e per chi all’epoca lo frequentava, accoglie in bella mostra i presenti assieme ad un tavolo allestito con pubblicazioni, fotografie d’archivio, ritratti agli ex lavoratori e/o loro parenti, foto realizzate in un paio di laboratori qualche anno fa.

Ad aprire l’evento, ricorrenza annuale per l’associazione e per la piccola comunità, ricorrenza speciale oggi che sono passati ottant’anni dal primo bombardamento su Aulla, Melania Sebastiani, presidente, aullese, studiosa. Il suo è un messaggio d’amore, con un pensiero speciale per la vittima più giovane di quella tragedia (Franca Fiasella, per tutti ‘Franchina’), lo sguardo ai discendenti ed in particolare a chi, dopo di noi, porterà avanti questa storia. La storia che conta, ci plasma.

A seguire Antonio Pagani, uomo che molto s’è speso ed anche per motivi famigliari nella ricerca, ripercorre tramite fonti raccolte nel tempo, in particolare immagini ed estratti dei documenti dell’aviazione americana, il dispiegarsi di quelle prime bombe su Aulla, quelle che per molti significarono l’ingresso della Lunigiana in Guerra. Monsignor Guidoni, del quale resta un importante diario e di quei giorni e di quell’epoca, definì il 1° dicembre 1943 come «giornata di terrore e lutto», «ecatombe» mai vista prima. Erano le 13,30 e «la chiesa sembrava dovesse cadere tanto era l’impetuosità dello spostamento d’aria». Gli obiettivi pare fossero i ponti ferroviari sul Taverone e sull’Aulella. Le vittime furono 33 civili, perlopiù di Aulla, ma anche di Terrarossa, Tresana, Podenzana, Fivizzano, «persino La Spezia».

Era una giornata serena, visibilità ottima. Nei ricordi compaiono storie di morte e salvezza decretate, infine, come spesso accade, sulla base della semplice fatalità. Alla Sliding doors, dice spesso Melania. C’è chi non era andato al lavoro per caso. Chi invece si era recato in fabbrica per discutere con un collega. Chi, come il padre del sindaco Roberto Valettini, temette per un attimo (non lì ma nel bombardamento del successivo maggio), per la propria casa e famiglia – anche in quel caso sfuggita, per caso e per fortuna. Franchina, per esempio, morì assieme al piccolo Vittorio Veltri (Vittorino) e alla sua mamma (incinta), per essersi – come succede – fermata a «giocare ancora».

Qualcuno dice che gli americani scambiassero le lenzuola bianche stese per accampamenti oppure che tutto fu solo un errore. Comunque tragedia, come oggi tragedia. Inevitabile il parallelismo, pur cauto, con il presente come l’invito a tramandare e tener viva, proprio per questo, la storia. Matteo Ratti, che con Melania chiude l’evento, ricordando azioni di ricerca come espressione di gentilezza, non fa a meno di citare alcuni degli effetti collaterali come – non ultimo – il recente ritrovamento di un ordigno dell’epoca e, oppure, alcuni dei piccoli e grandi gesti eroici che fanno parte di quella storia, cioè della nostra storia e quindi fattezza.

Ancora una volta, il lavoro di Fili di Juta come quello di docenti e studiosi impegnati (tra tutti quello della professoressa Claudia Bacci, a scuola e fuori scuola), si rende testimonianza e più di questo testimone di un altro modo di intendere e fare comunità.