In una regione di alluvioni e montagne che ormai tendono a scomparire, dove metà dei giovani scappa a Berlino per avere stipendi veri e l’altra metà passa le giornate a combattere con il portale INPS, la Toscana ha deciso, con la rielezione di Giani, di introdurre l’Assessorato alla Felicità. Sostanzialmente è una panacea, o forse una sorta di sostanza istituzionale psicoattiva, bio, approvata a Firenze e spacciata coma una decisione coraggiosa nel panorama politico amministrativo italiano.
La neo assessora Cristina Manetti ha detto che la felicità una sfida. Le crediamo?
Certo, poi c’è tutta una complicata parte di intrecci di deleghe: cultura, pari opportunità, turismo culturale, che insieme potrebbero auto assolvere al compito titanico di far sorridere la regione, da Monzone a Poggio a Caiano alla Maremma. Se è vero che esiste un diritto al perseguimento della felicità, allora la Toscana ha scelto di intraprendere una vera e propria corsa al suo raggiungimento. Ovviamente è una novità, spiegano dai palazzi di Firenze, e quindi “va sperimentata”, usando il tipico tono disilluso di chi si trova con la patata bollente in mano e non sa cosa fare ma decide di sdrammatizzare sorridendo alle telecamere sperando che le domande siano poche e indolori.
Comunque sia sarà un assessorato itinerante: musei, associazioni culturali, “luoghi di cultura generativa” (come Kreuzberg e Christiania?), dove si cercherà di raccogliere impressioni che poi possano rischiarare il cielo dell’umore istituzionale. Tutto questo mentre le pari opportunità, gli asili nido gratis e mille altri tipi di diritti diventano quasi parte di una narrazione zuccherosa di un percorso emotivo che fatica a stare in piedi.
Ovviamente si spera che questo assessorato diventi un esempio per tutte le altre regioni italiane, male che vada resterà il tentativo non riuscito di affrontare la realtà con la dolcezza di un cartone animato per bambini sotto ai 6 anni. In fin dei conti la domanda vera non è “cos’è la felicità”, ma “cosa ce ne facciamo di un assessorato alla felicità?”.
Niente, tutto?
Dipende da quanto siamo disposti a sorridere mentre cerchiamo una risposta, o da quanta felicità ci resta dopo aver letto l’ennesimo annuncio politico intriso di buone intenzioni e zero istruzioni per l’uso.
