Ci risiamo.
I giornalisti dell’USIGRai – quelli con il contratto nazionale, la busta paga garantita, la tredicesima, i contributi versati, le ferie retribuite, il medico aziendale, il rimborso spese, il tesserino plastificato e probabilmente anche il parcheggio – sono scesi in sciopero perché il loro contratto è fermo da dieci anni. Dieci anni in cui, ci tengono a precisare, hanno lavorato su “più piattaforme”. Tradotto: hanno imparato ad allegare un link su WhatsApp e a fare i corsi online.
Fuori dal portone della RAI ci sono invece ragazzi di venti o trent’anni laureati con 110 e lode che scrivono tre articoli al giorno per una testata online a 2 euro l’uno. Lordi. Senza contratto. Senza contributi. Senza ferie. Senza malattia. Con la partita IVA aperta per obbligo morale verso un editore che nel comunicato stampa si definisce “family media company”. Sappiate che oggi quei ragazzi non scioperano. Sanno già che se scioperassero, domani al loro posto ci sarebbe qualcun altro – o perché no una AI – a 0 euro l’uno.
Il comunicato USIGRai denuncia con indignazione che gli editori della FIEG hanno ricevuto “centinaia di milioni di euro di contributi pubblici” scaricando i costi sulla collettività. Giusto. Sacrosanto. Però è interessante notare che questa stessa collettività finanzia anche la RAI – 90 euro di canone a famiglia, obbligatori per legge, distribuiti nella bolletta della luce con un livello di consenso democratico paragonabile a quello delle elezioni in Corea del Nord – e che una parte di quei soldi paga gli stipendi di chi oggi sciopera.
“Dal 2016 è cambiato tutto: più lavoro, più piattaforme, meno tutele.” Sì, certo. Ma questa frase – pronunciata da un giornalista professionista RAI assunto a tempo indeterminato – suona come se un dipendente pubblico con la scrivania fissa si lamentasse del traffico davanti a un rider sotto la pioggia che trasporta 10 kili di pizze.
La terza giornata di sciopero è già fissata per il 16 aprile. I precari non possono parteciparvi. Non perché non vogliano: è che non possono permettersi di non consegnare il pezzo.
