sabato 26 Novembre 2022

La scultura di Dobrilla nelle viscere delle Apuane

Filippo Dobrilla aveva trovato le viscere della roccia. E dopo quel corpo a corpo con l’anima dell’intimità, morì. Dobrilla, scomparso il 21 luglio 2019 all’età di soli 51 anni per una malattia improvvisa, si era ritirato a Rufina, sulla montagna fiorentina; da Firenze, l’artista fiorentino si era allontanato perché: “gli scultori nella città d’arte sono respinti”, amava precisare.

Amante dei maestri Libero Andreotti e Cellini come del Buonarroti e di Leonardo, Dobrilla ha lasciato in eredità due delle sue opere più conosciute nel Parco di Villa Poggio Reale a Rufina, dove abitò e creò la sua dimensione naturale fra la natura, appunto, appartata, discreta, e le necessità della scultura: “l’arte più sociale che ci sia”.

Allo scultore è stato dedicato dal regista Tommaso Landucci il documentario “CaveMan”. Il documento audio-visivo è incentrato sul momento più significativo storia artistica e personale di Filippo Dobrilla e su un momento unico nella storia dell’arte. Dobrilla, scultore-speleologo, eccezione assoluta, amava calarsi in solitaria a 650 metri di profondità nelle grotte dell’Abisso Saragato delle Alpi Apuane, abisso vorace tra i più profondi d’Europa. Questo è il cuore del documentario.

Nemmanco, per dire, la realizzazione dell’opera “Davide e Jonathan” – titolo scelto dallo stesso autore della statua prima che Sgarbi lo definisse per le solite regione di marketing “Gli amanti”. Scultura alta 5 metri, fu realizzata da un unico blocco di marmo di 30 tonnellate (come ampiamente raccontato dallo stesso Dobrilla in un’intervista rilasciata alla giornalista Costantina Baldini per “InToscana”). Era il 2015. La “sfida con i grandi maestri” – dice Filippo Dobrilla stesso a Baldini – , deve andare presto all’Expo di Milano per l’interessamento devoto e affettuoso oltre che la cura dello stesso critico Sgarbi. Chi l’ha conosciuto, ricorda che Dobrilla, specie quando ebbe la notizia di essere stato agguantato dal devastante cancro, aveva specificato bene come, oltre il ritiro che non fu ritiro dell’ascesa oltre Rufina, si sentiva bene in un ‘abisso della profondità’ metafora reale che dell’intimità della pietra che è la nudità dell’artista al lavoro, al servizio di un’operazione di pulitura della superficie, paradosso estremo dato il luogo di realizzazione e vita della materia stessa, buona a portare fuori dal niente un soggetto artistico inesistente sino alla sua nascita dai batteri della pietra di marmo. Dal marmo pietroso di un corpo uguale all’anima del niente dal quale ha preso forma. La caverna dove scolpiva Dobrilla era definita inquietante dai più. Epperò dello scultore-speleologo era luce piena.

“Solamente chi fugge dalla massa, si salva”, sottolineava giustamente l’artista. Non per spiegare le sue opere, l’uomo sdraiato nelle viscere della pietra insieme ai due prìncipi biblici che avevano fatto innamorare “il critico reazionario” quanto il “popolo semplice che sente il linguaggio più semplice”. È un colosso di marmo, un gigante nudo addormentato nel cuore della terra, lungo quattro metri, al quale lo scultore ha continuato a lavorare instancabilmente per più di 30 anni in assoluta solitudine nell’oscurità della caverna, l’opera più moderna che esista. E la più sottovalutata che ci sia.

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