Oggi una parte dell’informazione italiana si ferma. Una grande parte, a dire il vero.
Sciopero generale dei giornalisti: comunicati solenni, pose da custodi della democrazia, richiami a diritti sacrosanti e alle “profondissime criticità” del settore. I sindacati suonano la tromba, i grandi quotidiani tacciono per un giorno, televisioni e radio mandano in loop le repliche o servizi su Garibaldi (TG1 Rai questa mattina). Tutto molto importante, civile e… distante.
Qui siamo nell’ultimo chilometro della provincia, vicini a pollai, cavalli, cinghiali e caprioli. Non ci sono bar, non c’è internet veloce, nemmeno l’autobus, è chiaro che viene spontaneo chiedersi: ma di cosa stiamo parlando?
Perché diciamocelo, senza rifugiarsi nella trincea della retorica: a scioperare sono quelli che un contratto ce l’hanno già. Quelli che possono permettersi il lusso di fermarsi, di prendere posizione, di agitare la penna (o il mouse e la tastiera) come se fosse ancora un’arma rivoluzionaria. Buon per loro, per carità. Nessuno vuole togliere il sacrosanto diritto allo sciopero, ci mancherebbe, loro, almeno, un’alternativa contrattuale ce l’hanno, scaduta, vecchia, inadeguata, ma c’è.
Il problema è che non rappresentano il Paese reale dell’informazione, la pancia delle redazioni.
I piccoli quotidiani che non vivono di sussidi, che partecipano a conferenze stampa in palazzi comunali dove a volte piove dentro, e articoli scritti alle 23 con un gatto che ti passa sulla tastiera, non sanno nemmeno cosa significhi una tutela, un contratto, un sindacato.
I collaboratori vengono pagati a pezzo, quando capita.
Si sentono dare pacche sulle spalle da redattori e politici, che è come dirti “sei bravo e sei anche quasi gratis”.
La tredicesima? Un messaggio di auguri via whatsapp dal direttore e, se proprio va bene, un panettone preso in offerta.
Insomma, mentre i colossi mediatici discutono di riforme, le piccole redazioni lottano per non sparire. Non per avere un bonus, ma per esistere. E allora sì, dispiace vedere che a protestare sono proprio quelli che già hanno ciò che molti giornalisti sognano davvero: un contratto, magari un primo lavoro, dei diritti minimi, una tutela.
Dispiace che lo sciopero racconti solo metà storia: la metà che ha voce, microfoni, spazi e sindacati ben pettinati.
L’altra metà, la parte scapigliata, quella che racconta le frane, le sagre, le alluvioni, le scuole che cadono a pezzi, quella che il Paese lo vede da vicino, resta dove è sempre stata: in servizio, perché nessuno si accorge se scompare. È rimpiazzabile.
Oggi molti scioperano.
Noi no.
Non per eroismo: semplicemente, non abbiamo niente da perdere.
