domenica 27 Novembre 2022

L’immobilismo europeo e lo “strappo” tedesco

Le prime “bollette pazze” stanno raggiungendo anche le famiglie, dopo aver già colpito le aziende. Alcune delle quali hanno già chiuso come i Caroli Hotels che, per l’insostenibilità dei costi energetici, lascerà a casa 275 lavoratori.

Il problema riguarda gran parte dell’Ue. Eppure, i decisori continuano a parlare e a procrastinare. A furia di rinvii, è ormai da un anno che si parla di rincaro di gas ed energia, e il problema si aggrava sempre più. Ma a livello istituzionale europeo siamo ancora al punto di partenza. Alcuni interventi sono improntati alla rassegnazione – come quello di Bruno Le Maire, ministro delle Finanze francese. che ha sostenuto la natura strutturale – e non provvisoria – del prezzo del gas, ma anche di quello del petrolio. Insomma: l’Europa latita o si arrende. Solo Spagna e Portogallo hanno fissato autonomamente un tetto con il placet di Bruxelles e, pochi giorni fa, la Germania ha messo sul piatto 200 miliardi di euro per evitare che saltasse completamente il sistema industriale tedesco. In Italia un’operazione simile sarebbe più difficile, data l’entità del debito pubblico e le enormi pressioni che può esercitare Bruxelles su di noi. Ma, se l’Europa proseguisse nei rinvii, potrebbe essere la soluzione per evitare il peggio. Per arrivare a una decisione condivisa servirebbe il parere favorevole della Germania a una riforma della Borsa di Amsterdam, in cui viene determinato il prezzo del metano.

Nel Regno Unito Liz Truss e il cancelliere dello scacchiere Kwasi Kwarteng, pressati dal crollo della sterlina, dalle reazioni dei mercati, dall’inflazione alle stelle e dalle insistenze dello Partito Conservatore – hanno rinunciato al taglio dell’aliquota fiscale del 45% (però tutte le altre misure saranno introdotte, a meno di un nuovo tonfo della sterlina).

Il rimbalzo delle Borse di inizio ottobre non è stato, però, dovuto all’intervento inglese. E’ una normale reazione ai ribassi record dei primi nove mesi di quest’anno, i peggiori dallo stesso periodo del 1974. Anno in cui – casualità – si pagavano le conseguenze di un conflitto molto “impattante” sulle forniture di energia (la guerra del Kippur dell’ottobre 1973). Dopo aver accumulato un -25% (indice azionario globale) in nove mesi, i mercati hanno registrato il miglior primo giorno del trimestre dal 2002. Vedremo se si tratta di un avvenimento isolato oppure di un trend.

Si moltiplicano, negli Stati Uniti, i timori di una nuova bolla immobiliare che, oltre a ripercuotersi sulle economie di tutto il mondo, fermerebbe anche la corsa del dollaro, reso un “gigante dai piedi d’argilla” da una temporanea sopravvalutazione.

In Europa sono invece forti i timori per la crisi del Credit Suisse, paragonata per dimensione a quella del 2008 di Lehman Brothers. La storia ha insegnato che le grandi banche non possono fallire, perché trascinerebbero con sé intere economie. E in questo periodo storico i guai non mancano.

Per questo motivo, si troverà certamente una soluzione. 

(di Carlo Vedani, amministratore delegato di Alicanto Capital)

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