In ricordo di Enrico Berlinguer

Sono passati 36 anni da quando Enrico Berlinguer ci ha lasciati. A colpirlo, a Padova fu un ictus che lo costrinse a fare una pausa proprio mentre, durante un comizio per le elezioni europee, stava dicendo: “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”. Era il 7 giugno 1984. Non si arrese. Berlinguer pronuncò il suo ultimo discorso e forse sapeva che non avrebbe mai più rivisto il suo pubblico, la sua gente, i suoi amici. Rientrato in albergo entrò in coma e non si risvegliò più. Morì l’11 giugno, pochi giorni dopo.
“Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”, disse il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si trovava nella stessa città veneta il giorno che Berlinguer morì. Pertini insistette, voleva portare la salma dell’allora segretario del PCI sull’aereo presidenziale. Nè lui, nè tutti gli italiani erano preparati ad una perdita così importante, sul piano politico e istituzionale.
Io avevo due anni, ma solo dopo tanto tempo mi resi conto di quanto fu importante Berlinguer e perché il giorno del suo funerale fu uno dei commiati più sentiti della storia del Paese, ancora vivo nella memoria collettiva.
Enrico Berlinguer nacque a Sassari, il 25 maggio del 1922, fu attivo nell’antifascismo sardo e nel 1943 si iscrisse al partito comunista. Nel dopoguerra si occupò della ricostruzione, guido la FGCI fino al 1956 entrando 6 anni dopo nella segreteria del PCI diventando segretario generale nel 1972. Il suo ruolo fu di un’importanza che solo a posteriori è possibile comprendere, fu lui ad avviare un processo di distanziamento dall’Unione Sovietica e, ancora più importante, teorizzò e si propose di realizzare, collaborando con Aldo Moro, il cosiddetto “compromesso storico”, ma si occupò molto della questione morale relativamente alle modalità di gestione del potere da parte dei politici italiani.
Uno dei tratti più importanti di Berlinguer fu quello del rispetto. Era una brava persona, come cantava Giorgio Gaber, era amato dai suoi “compagni ” e la sua figura, la sua levatura morale non fu mai messa in discussione neppure dai suoi antagonisti politici. Fu anche per questo che al suo funerale, a Roma, partecipò oltre un milione di persone, un evento che mai era accaduto nella storia dell’Italia repubblicana.
Sostanzialmente il mito di Berlinguer, oggi, va ben oltre la politica, è segno distanziatore tra le grandi speranze collettive del passato e il mediocre adattamento del tempo presente. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo in cui si diceva che “Berlinguer era un’altra cosa”. È davvero così, Berlinguer rimane ancora su quel palco di Padova, per tutti coloro che non si arrendono e credono nelle grandi battaglie democratiche, nelle idee che possono partire delle piazze e che sono fatte di persone. Oggi come oggi è utile ripensare a Berlinguer, se ancora si crede nei sogni, con lui era davvero “un’altra cosa”.

“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.

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