Consulenza di immagine: perché oggi conta più di ieri

C’è stato un tempo in cui occuparsi del proprio aspetto veniva considerato quasi frivolo.

Quel tempo è finito.

La consulenza di immagine ha smesso di essere una nicchia riservata agli addetti ai lavori ed è entrata nella vita di manager, insegnanti, liberi professionisti e neolaureati alle prime armi con i colloqui.

Chi osserva questo settore da qualche anno nota un cambiamento evidente: la cura dell’immagine ha smesso di essere percepita come vanità e viene sempre più trattata come uno strumento di lavoro e di relazione.

Un settore che cresce insieme alla nostra visibilità

Il punto di partenza è semplice. Non siamo mai stati così esposti allo sguardo altrui.

Videochiamate di lavoro, profili social, fotografie professionali su LinkedIn, dirette e contenuti in cui compare il nostro volto.

Ci guardiamo e veniamo guardati molto più di chi ci ha preceduto anche solo di quindici anni.

Questa esposizione continua ha prodotto una domanda nuova.

Le persone hanno iniziato a chiedersi se ciò che comunicano attraverso l’aspetto corrisponda davvero a chi sono, ed è a questa domanda che un professionista prova a rispondere.

Su questo aspetto abbiamo raccolto l’opinione di Lucrezia Canossa, consulente di immagine e insegnante di face yoga e pilates, che sul punto è netta:

“La domanda che ricevo più spesso non è ‘come divento più bella’. È ‘come faccio a sembrare finalmente me stessa’.

C’è una differenza enorme, e riguarda tutti, non solo chi lavora davanti a una telecamera.”

Le consulenze d’immagine offerte da Lucrezia, in questa prospettiva, non servono quindi a costruire una maschera ma a rimuoverne una che spesso si è formata per abitudine o per distrazione.

Cosa fa davvero un consulente di immagine

Conviene sgombrare il campo da un equivoco diffuso.

Molti pensano che il lavoro si esaurisca nell’indicare cosa indossare, mentre il perimetro è più ampio e riguarda aspetti concreti che spesso interagiscono tra loro.

C’è l’analisi cromatica, cioè l’individuazione dei colori che valorizzano incarnato, occhi e capelli.

C’è la morfologia, ovvero lo studio delle proporzioni del corpo per orientare la scelta di linee e volumi.

C’è la definizione dello stile personale, che parte dalla personalità e dalle abitudini di vita e non dalla tendenza del momento.

E c’è la comunicazione non verbale, perché anche postura e portamento trasmettono un messaggio a chi ci osserva.

Chi sta valutando un percorso di questo tipo farebbe bene a informarsi con attenzione sulle diverse tipologie di consulenza disponibili, così da individuare quella più adatta alle proprie esigenze.

I servizi non sono tutti uguali e non tutti rispondono allo stesso bisogno.

Armocromia: il fenomeno che ha portato tutti a parlarne

Buona parte dell’attenzione recente verso questo settore si deve all’armocromia.

Il termine ricorre ovunque, tra chi la liquida come una moda passeggera e chi la difende come una disciplina seria.

La questione, con ogni probabilità, non riguarda l’armocromia in sé quanto il modo semplificato in cui viene spesso divulgata.

Lucrezia Canossa ha affrontato proprio questo fraintendimento in un libro dal titolo eloquente: Non sei solo una stagione.

“Ridurre una persona a ‘sei un autunno’ è comodo ma sbagliato. Nessuno è solo una stagione. Ho scritto quel libro perché mi ero stancata di vedere l’armocromia trattata come un oroscopo dei colori.”

Il rilievo tocca un punto sensibile.

L’armocromia ridotta a etichetta finisce per ingabbiare invece di orientare.

Il suo valore reale emerge quando viene applicata con competenza e personalizzata sulla singola persona, un lavoro che richiede preparazione e non si esaurisce in un test rapido reperito online.

Perché conta più di dieci anni fa

Diverse spinte sono intervenute nello stesso periodo e hanno modificato gli equilibri.

La prima è economica. In un mercato del lavoro competitivo la prima impressione pesa, e non si tratta di una suggestione.

Uno studio dei ricercatori di Princeton Janine Willis e Alexander Todorov, pubblicato nel 2006 su Psychological Science, ha mostrato che bastano circa cento millisecondi di esposizione a un volto per formare giudizi su tratti come affidabilità e competenza, e che quei giudizi restano stabili anche quando si concede più tempo all’osservazione.

Non è un meccanismo equo, ma è reale, e le persone ne hanno preso consapevolezza.

C’è poi la questione del tempo. I ritmi di vita lasciano pochi margini.

Chi si affida a un consulente non acquista soltanto consigli, ma la possibilità di evitare acquisti sbagliati e di non riempire l’armadio di capi mai indossati.

Un guardaroba costruito con criterio si traduce, sul lungo periodo, in un risparmio concreto.

È un aspetto pratico che viene citato di rado ma che i clienti apprezzano.

Esiste infine un fattore più profondo, che riguarda il rapporto con sé stessi.

Molte persone che intraprendono un percorso di questo tipo raccontano un effetto che va oltre l’aspetto esteriore, e riguarda il modo in cui tornano a guardarsi.

È un riscontro che vale spesso più di qualsiasi capo firmato.

Le critiche vanno ascoltate

Sarebbe scorretto presentare il settore come privo di zone d’ombra. Alcune critiche sono legittime.

Si segnala, ad esempio, una certa improvvisazione: talvolta bastano un corso di poche ore e una pagina social per definirsi esperti.

Il problema è reale, e il consiglio è di verificare sempre la formazione di chi propone un servizio, chiedere esempi di lavoro e non fermarsi al numero di follower.

Un’altra obiezione riguarda il rischio che tutto questo alimenti l’insicurezza invece di ridurla.

È un timore da prendere sul serio, e Lucrezia Canossa non lo respinge: “Il rischio esiste, non lo nego.

Se un consulente ti fa sentire sbagliato per come sei, sta esercitando male il proprio mestiere. Il mio obiettivo è opposto: aiutarti a smettere di combattere con te stessa.”

Un percorso ben condotto dovrebbe restituire sicurezza. Se genera complessi nuovi, qualcosa nel metodo non funziona.

Come muoversi se ci stai pensando

Chi è arrivato fin qui probabilmente trova l’argomento più interessante di quanto immaginasse.

Valgono allora alcune indicazioni pratiche.

Conviene definire l’obiettivo prima di prenotare.

Rinnovare il guardaroba, prepararsi a un evento o affrontare una nuova fase della vita sono esigenze diverse, e determinano il tipo di servizio da scegliere.

È utile diffidare delle promesse assolute, perché chi garantisce una trasformazione radicale in un’ora sta proponendo un’illusione.

Il budget va valutato con onestà, tenendo presente che spendere di più non equivale automaticamente a ottenere di più, dato che esistono consulenze per fasce di prezzo molto diverse.

Infine, un cliente che si documenta e pone domande ottiene quasi sempre risultati migliori di uno che resta passivo.

Resta un’ultima considerazione.

La consulenza di immagine non trasforma nessuno in una persona diversa e non dovrebbe proporsi di farlo.

Il suo compito è più circoscritto e insieme più prezioso: aiutare a mostrare all’esterno ciò che si è già.

Chi promette di più, con ogni probabilità, promette troppo.

Redazione
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