Inchiesta sui carabinieri indagati: al via il processo

Si è aperto oggi dinnanzi al Gup di Massa Fabrizio Garofalo, uno dei processi più attesi e controversi che abbia coinvolto il nostro territorio e decimato l’intera caserma di Aulla. Una vicenda nella quale si sono alternati momenti di solidarietà a momenti di tensione e ostilità nei confronti delle persone coinvolte, della magistratura e della stampa.

L’esito dell’inchiesta, condotta dal procuratore capo Aldo Giubilaro con i sostituti Alessia Iacopini e Marco Mansi, ha prodotto 31 rinvii a giudizio per 188 capi di imputazione che vanno dalla violenza privata, alla violenza sessuale, alla corruzione, ai maltrattamenti in famiglia, al sequestro, fino al falso ideologico e materiale. 73 dei quali a carico del brigadiere Alessandro Fiorentino. Con lui sul banco degli imputati Benedetti Amos, Tellini Andrea, Contigliani Riccardo, Mascia Mario, Stasio Luigi, Farina Giovanni, Tursi Flavio, Nobile Iain Charles Edward, Granata Luca, Sais Matteo, Crielesi Emiliano, Lomonaco Omar, Varone Gianluca, Baccheri Daniele, Del Polito Simone, Leoni Salvatore, Dadà Massimiliano, Cocco Giovanni, Rosignoli Francesco, Ernesto Giuseppe, Sedef Amal, Caporale Massimiliano, Agoube Abdellah, Del Vecchio Massimo, Bucci Paolo, D’Amato Francesco, De Pastena Mauro, Gradellini Diego, Di Fazio Domenico.

Misure cautelari, giustificate “dall’assuefazione alla falsificazione degli atti”, sono state adottate nei confronti di 9 militari. In un solo caso, per la gravità delle condotte poste in essere, la sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio di carabiniere.

Comportamenti gravissimi quelli che emergono dalle indagini e che, secondo la procura, si sono trasformati in modus operandi, in prassi lavorativa, nella normalità. “Al 60 – 70% tutto quello che facciamo è abusivo. Quello che scriviamo è falso sennò la gente non la ingabbiano nemmeno se combinano qualcosa”. Consapevoli della illiceità del proprio operato, avrebbero istruito le nuove leve al silenzio. L’omertà avrebbe rappresentato la suprema legge, “la regola fondamentale per fare il carabiniere”. “Quello che succede all’interno della macchina….rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere. Niente. È cosa nostra. Proprio come la mafia”,  dicevano stando alle intercettazioni.

Alla base delle condotte, secondo gli inquirenti, un profondo odio razziale nei confronti degli extracomunitari ma anche vendette personali, che avrebbero poi visto i militari autoassolversi, giustificando  minacce e azioni punitive di ogni genere. Il mezzo era la falsificazione dei verbali. L’appuntamento era in strada o tra le mura silenziose della caserma. Non devono aver deposto a loro favore certe foto scovate nei cellulari dai consulenti della procura e raffiguranti Hitler e Mussolini.

Il processo ha aperto i battenti con l’udienza preliminare cui è seguita la costituzione delle parti. Alle 17 il Gup ha dato lettura dell’ordinanza con la quale ha respinto tutte le eccezioni sollevate dai legali degli imputati.

Stralciate le posizioni del tenente colonnello Valerio Liberatori e di Saverio Cappelluti ex comandante della stazione di Pontremoli, sembrerebbe per la particolare tenuità del fatto. I graduati erano stati coinvolti nelle indagini perché a conoscenza secondo gli inquirenti, dei comportamenti “esuberanti” del Fiorentino. Pare non gradissero neppure quegli “scomodi” commenti postati su Facebook. I superiori lo descrivono ai magistrati come uno  “da tenere a freno” senza tuttavia aver mai adottato nei suoi confronti alcuna misura disciplinare. Soltanto nel 2016, quando ormai le indagini della procura sono al culmine, gli verrà impedito di comandare la pattuglia. Anche nei confronti del Benedetti non sono teneri, definendolo uno “dalla manina lunga”, per certi fatti di cui sarebbe stato protagonista a Fivizzano e a Lucca e che gli sono costati provvedimenti disciplinari. A creare ulteriore imbarazzo, anche chi ammette di aver allungato le mani in famiglia.

Ci vorrà ancora tempo prima di mettere la parola fine ad una vicenda che ha destato e desta forte preoccupazione. Oggi si è compiuto il primo passo verso l’accertamento della verità. Fatti gravissimi che se confermati, esigerebbero dallo Stato una risposta chiara e severa, perché la legge non ha corsie preferenziali. Perché il fine non sempre giustifica i mezzi,  così come il senso di impotenza per la perdita di controllo di un territorio o per le impunità spesso “garantite” a chi si macchia di certi delitti.

Il risentimento con il quale parte della popolazione e della politica hanno affrontato la vicenda, spesso contribuendo a minare già delicati equilibri, è la dimostrazione dell’incapacità di mettere in discussione grovigli di vita professionale e personale ma anche il prodotto di quel retaggio culturale restio a punire una divisa, che ha contribuito a tracciare una zona franca. Un cono d’ombra che pare conoscessero anche i militari coinvolti, quando intercettati si dicono certi che tutto si risolverà in una bolla di sapone.

Il Pubblico ministero dell’inchiesta sulla Diaz, Enrico Zucca ha affermato che “la tensione verso il risultato, può diventare ossessione quando è forte la spinta della politica e dei governi a rivendicare interventi e reazioni visibili rispetto ai fatti che creano allarme sociale. Tale tensione porta a concepire le regole di procedura come ostacolo all’efficienza e al potere di controllo”.

“Non sono contro la polizia, ne ho solo paura” diceva il maestro del brivido Alfred Hitchcock. Dopo questi fatti vorremmo  tornare a pensare alle caserme quali luoghi protetti e sicuri. Luoghi nei quali si possa privare della libertà e non anche della dignità.

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