Editoriale – Le minacce a Grassi e il problema dei migranti

Il problema dei migranti, se così lo possiamo definire (come analogia mi viene in mente anche odissea), non ha una soluzione. O meglio, per dirla come ha scritto Luca Sofri su Il Post, siamo noi che non siamo pronti ad osservarlo nel giusto modo, se esiste un modo in cui osservarlo.

Mi rifaccio alle minacce che hanno incivilmente colpito il sindaco Paolo Grassi le cui parole mi risultano anche difficili da concepire “attento alla schiena”, “i migranti non li vogliamo” come riportate da un quotidiano locale. Due premesse: non voglio strumentalizzare le intimidazioni, preferisco estendere la questione ad una dimensione globale.

Leggendo l’articolo di Sofri, intitolato “Vivere con i migranti”mi ha colpito la frase, fortissima, che il direttore del Post usa quando si rivolge a quello dei profughi definendoli un “problema che non si risolve”. È vero, l’accoglienza verso chi fugge dalle guerre, da paesi in aree di crisi (così li definiamo in giornalismo), è un’azione sistematica che dovrebbe essere svolta ogni giorno per garantire un domani migliore a molta gente. Ma non si tratta di un “domani” inteso come prospettiva di vita, si tratta proprio di un domani contingente al momento, 24 ore, 12, non di più. E poi di nuovo, si ricomincia. Quello dei migranti è un problema senza soluzione perché non è immaginabile liquidarlo con sei mesi in un ostello (degli Agostiniani), per poi pensare ad altro, alle siepi, alle strade, all’energia, che sono tutti microsistemi attorno ai quali gravita la vita di un comune o di un paese, chiaramente, ma che, a differenza dei migranti (e dei bambini, degli anziani, dei disoccupati) non hanno un fattore umano a contraddistinguerli.

È come se facessimo fatica ad accettare che tanti problemi sociali che il mondo abbia avuto adesso siano stati risolti e che i migranti arrivano a cambiare le carte in tavola per peggiorare o rendere più difficoltosa ogni cosa. Questo è il compito della politica, della diplomazia, e quindi, oggi, dell’Europa all’interno di cui ogni piccolo comune italiano, inteso anche come comunità. “Bisogna cambiare mentalità – ha detto pochi giorni fa il sociologo Zygmunt Bauman -, l’unico modo per uscirne (dall’empasse europea sulla migrazione ndr.) è rinnegare con forza le viscide sirene della separazione, smantellare le reti dei campi per i “richiedenti asilo” e far sì che tutte le differenze, le disuguaglianze e questo alienamento autoimposto tra noi e i migranti si avvicinino, si concentrino in un contatto giornaliero e sempre più profondo. Con la speranza che tutto questo provochi una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata”. Ed ecco spiegata la “non soluzione” cui faceva riferimento Sofri, il problema dei migranti si risolve proprio iniziando a prendere la coscienza di doverci convivere, per tanto tempo, non solo per qualche mese di emergenza.

Dall’altra parte, quella che più che politica possiamo definire fanatismo, ci sono i nazionalismi e i cretinismi (osservando in Rete, le minacce rivolte a Grassi arrivano proprio da quelli ambienti). Sui secondi non c’è, come per i migranti, alcuna soluzione, ci dobbiamo convivere quotidianamente, per i primi invece mi piacerebbe spendere qualche parola ricordando la vita del professor Ernst Kantorowicz, medievista del secolo scorso, famosissimo in ambito universitario per il suo studio approfondito su Federico II di Svevia su cui scrisse una ampissima biografia (una vera e propria mattonata). Kantorowicz, in gioventù, era un soldato, partì volontario nella prima guerra mondiale per servire la sua Germania, credeva fermamente nel potere della sua nazione ed era fortemente anticomunista, tanto da arruolarsi nuovamente qualche anno dopo per combattere la rivoluzione bolscevica in Germania. Divenne professore proprio quando Hitler salì al potere e dentro di lui non nascose, pacati gli animi della sua giovinezza, una certa speranza di rivedere tornare grande il suo Paese. Fu un filo-nazista? Alcuni suppongono di si, altri no, fatto sta che ad un certo punto si scopre che Kantorowicz è un ebreo e nonostante – casualmente – abbia persino stampato dei testi con incisa sopra una svastica sui padri della nazione, si vede costretto ad emigrare in America. La sua “migrazione” era solo di carattere politico ed intellettuale, lui era di famiglia ricca e si poteva permettere benissimo una vita agiata. L’America però lo accoglie a braccia aperte e anzi, gli affida una cattedra a Berkeley. Qui è trattato come un “divo”, come si conviene a professori che arrivano dall’Europa, è esperto di vini, di cucina, vive in una villa da attore del cinema. Poi arriva il maccartismo, la guerra fredda e la paura del comunismo. L’America chiede a tutti i professori di Berkeley di firmare un documento in cui i docenti giurano di non essere comunisti e Kantorowicz, il nazionalista, il difensore della patria, l’antibolscevico per antonomasia, è uno dei pochi a rifiutare e ripudia anche il volume che lo ha reso famoso definendo Federico II “quel bastardo”, mentre tutta la sua famiglia, pochi anni prima era stata giustiziata nel ghetto di Terezin proprio mentre tentava di partire per l’oltreoceano.

Avete capito bene, Kantorowicz era stato così nazionalista, anti comunista e forse filo-nazista da essere costretto (per responsabilità etica) a migrare negli Stati Uniti e qui decise di non firmare (perdendo il posto) un documento che certificava quello che era stato in passato. A muoverlo è stata la sua etica, la sua morale, ma soprattutto la sua responsabilità.

Anche se oggi chi scrive cretinate dietro uno schermo non ha un senso della responsabilità (come direbbe Vittorio Sgarbi, talvolta l’ignoranza è davvero una colpa), i politici devono averlo. È il loro compito. Possono essere di sinistra, di destra, nazionalisti o meno ma non possono sottrarsi, come tutti noi, alla loro responsabilità verso i problemi che li circondano. E se quelli di oggi, in parte si chiamano migranti allora c’è da rimboccarsi le maniche, senza cercare una soluzione definitiva, ma costruendola e cercare di conviverci, cretini a parte. Coraggio Sindaco Paolo Grassi.

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