Celso Battaglia: una vita per Vinca

di Simone Galli

Si dice che un’intera libreria sia arsa dalle fiamme ogni qualvolta un uomo viene a mancare. Dovrebbero dunque essere un’infinità i libri finora andati in fumo, dai più brevi ai più lunghi, dai più antichi ai più recenti. Il tutto senza alcuna distinzione, con lo stesso esito: un’opera se ne va. E quella di Celso era assai voluminosa, composta da molte pagine, alcune ingiallite dal tempo, altre invece ancora candide, ma tutte rilegate da valori che non sono mai mancati: il rispetto, la riconoscenza, la giustizia e il desiderio di pace.

Celso Battaglia nasce il primo agosto del lontano 1933 a Vinca, un paesino di allora quasi mille abitanti, disperso sulle Alpi Apuane nel comune di Fivizzano. Vivere abbarbicati sotto il Pizzo d’Uccello, a quasi 900 metri sul livello del mare, non è affatto semplice. Tra i monti con crepacci che sembrano staccarsi da un momento all’altro, la terra fertile da rubare alla roccia non abbonda, solo pochi orti di patate e fagioli circondano il paese. La fragile economia, quasi medievale, è trascinata dalla pastorizia, dai giacimenti marmiferi del monte Sagro e dagli alberi di castagno che affollano copiosamente i boschi circostanti. Chi non ha la forza per governare il bosco, o picchiare il marmo nelle cave con la sciuba e il mazzuolo, si vede costretto a inventarsi un mestiere; chi il sarto, chi il calzolaio, chi il fabbro, ma anche chi ripara le sedie, gli utensili della cucina per non dire gli ombrelli. Si vive di fatica e sudore, in povertà, ma con altrettanta dignità. Celso cresce così in un mondo di sacrificio e rinunce, trascorrendo la sua infanzia tra lo svolgere le mansioni domestiche che ricadono sotto la sua responsabilità e il giocare con gli amici per le vie dei borghi. La fatica è ripagata dagli incantevoli paesaggi regalati dalla montagna: i tramonti, le vette innevate, il Sole che scorge tra le cime rocciose all’alba. Ogni quadro è uno scrigno di emozioni e di sogni infiniti per un bambino.

Sogni che sono però presto infranti.
Alle difficoltà provocate dal regime fascista si aggiungono le violenze del conflitto appena scoppiato. L’Italia, in guerra a fianco della Germania nazista, sta conducendo il Paese in una situazione di profonda crisi politica, finanziaria e sociale.
Vinca, come protetta da una corazza di marmo, non avverte ancora la tragedia, se non in episodi marginali, fino all’estate del 1944, quando le montagne non possono fermare un orrore crudo e violento, destinato a lasciare il segno.

Celso ha 11 anni quando la mattina del 24 agosto 1944 si allontana dalla capanna della Natta in cerca di un po’ di legna assieme al padre Renato. Come tutti i bambini, guarda a valle, incantato dall’impagabile panorama sporcato però quel giorno da un fumo nero in lontananza. Gli occhi non riescono a interrogarsi che colpi di fucile e mitragliatrice echeggiano nelle montagne. Sempre più forti. Sono vicini. Si fugge nella capanna per prendere qualcosa da mangiare ma poi, vedendo che sono arrivati in paese, ci si nasconde nel canale. Da tutte le parti risuona uno strepitio assordante, sempre più incombente; sembra il finimondo in quel canale sotto il Garnerone e i Ravacci.
I nazifascisti, sicuri che i partigiani trovino rifugio e sostegno in Vinca, hanno circondato il paese. Guidati dal “monco” Walter Reder, inseguono un solo obiettivo: fare terra bruciata.
Per quattro giorni i soldati della 16. SS-Panzergrenadier-Division “Reichsführer-SS”, accompagnati dai fascisti della Brigata Nera di Apuania cercano nei canali, nelle grotte, nelle gole, nei boschi. Ovunque. Conducono una vera e propria caccia all’uomo che causa la morte di 174 persone. Donne, bambini e anziani innocenti sono trucidati con violenza inaudita. Divampano nefandezze ed empietà indescrivibili.
Celso scampa all’inferno ma perde il nonno, due zii e due zie, una cuginetta di appena due anni. “Per me allora undicenne” – ricorda – “quelle immagini, quegli odori, gli spari, il sentore dei corpi decomposti e poi bruciati, non si sono mai più cancellati dalla mente, dal cuore, dai sentimenti. Non riesco a dimenticare, e non voglio dimenticare quei quattro giorni di odio bestiale”.
Le care montagne quella volta non poterono nulla contro tali atrocità.
Tutto è da rifare. Le case, gli orti, gli allevamenti, i mestieri. Le vite.
Celso, assieme al padre e al fratello riversa il suo sudore nelle cave, fin quando nel 1956 la teleferica costruita dagli inglese per trasportare il marmo precipita, e con lei il lavoro.
Vinca cade nella disoccupazione, così come l’Italia intera. Emigrare appare l’unica soluzione.

Nel 1958, Celso parte per la Francia, costretto a lasciare tra le lacrime due grandi amori: il suo paese e la moglie Lauretta, anch’ella superstite della strage nazifascista, sposata dopo il servizio militare.
È assunto in una vetreria, alla Saint-Gobain, dove lavora senza sosta per garantirsi un alloggio stabile e confortevole perché Lauretta possa raggiungerlo.
Il momento tanto atteso, arriva dopo quindici mesi. La vita francese è comunque dura, irta di difficoltà, allietate però dalla nascita di ben tre figli.

La malinconia per l’Italia è tanta, ma per Vinca ancor di più. Non può uscire dalla mente la fotografia di quel paesino abbracciato dalle Apuane e circondato dal verde dei boschi. L’amore per il paese natale forse si rafforza ancor più, come dimostra Celso al suo ritorno.
Si stabilisce a Cascina, nelle terre pisane sfruttate proprio dai pastori vinchesi nei primi del Novecento durante la transumanza, ma a Vinca torna sempre, e con una missione: resosi conto di quanto poco si parlasse di quella atroce strage, decide di mettersi al lavoro affinché tutti conoscano e nessuno sia più vittima di tanto odio.
Inizia a scrivere e tra il 2004 e il 2005 pubblica diversi racconti su Vinca, finché un anno più tardi esce il primo libro: “Vinca. La sua storia e il suo martirio”.
Il libro ottiene un notevole successo, come confermano le circa cinque mila copie finora stampate e le centinaia di presentazioni svolte da Celso nelle scuole delle province di Pisa, Lucca, Massa-Carrara e Milano.
Nel 2012 è pubblicato un secondo volume, “Col cuore e con la mente”, una raccolta di poesie sui fatti di Vinca ma anche su temi di attualità, sull’ambiente e sull’amore.
Il paesino di montagna finisce per occupare le pagine di notevoli quotidiani.
Scrittori di un certo peso, incuriositi, corrono a intervistare Celso e Lauretta, riportando le testimonianze in prestigiosi volumi, ma anche in televisione per mezzo di documentari.

In occasione dei festeggiamenti per le nozze di diamante, Celso e Lauretta sono ospiti alla “Vita in diretta”, dopo le esperienze su RAI 3, nello “Speciale 25 aprile” e a TELE 2000.
Vinca si presenta anche all’università di Firenze, quando nel 2016 oltre trecento studenti incontrano i superstiti della strage.
Come se tutto ciò non bastasse, incessante è anche l’impegno che Celso riversa nell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia.
Nel pisano fonda la sezione di Navacchio, mentre in Lunigiana è a stretto contatto con la sezione “Hans e Sophie Scholl”, affinché tutti, ma soprattutto i più giovani, conoscano la barbarie di cui l’uomo fu capace e perché mai nessuno ripeta tali atrocità.
Tutto ciò, svolto senza odio o rancore, per non dimenticare.
Per non dimenticare Vinca e l’orrore di tutte le stragi nazifasciste.

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