Eco Dei Libri – Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

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Bonfiglio Liborio

Lo scorso settembre Remo Rapino ha vinto con “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (Minimum Fax), l’edizione numero 58 del premio Campiello.
Un libro davvero strano, che è stata una sorpresa, un caso letterario che ha riportato alla mente un modo meno canonico di fare letteratura, vicino ai memoire ancora scritti a penna, di tempi in cui di tempo per riflettere sulla propria vita, sui propri passi e sugli insegnamenti se ne aveva parecchio.

E così Bonfiglio Liborio se ne sta davvero seduto ad un tavolo, con un foglio bianco davanti a sé e ripensa a tutta la vita passata, dal lontano 1926 fino all’anno in cui lascia questo mondo, uno strano, spasmodico 2010.
Remo Rapino affida al suo protagonista l’intero racconto di un secolo di storia, personale e del nostro Paese.

Remo Rapino con il romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio è il vincitore della cinquantottesima edizione del Premio Campiello

Liborio, nato in un paese del sud, ha interrotto le elementari per lavorare al comando di un pessimo funaio, scrive nella sua lingua, un italiano ricco di influssi regionali non meglio definiti ma molto caratteristici. Dalle prime pagine scopriamo che dalle sue parti lui è definito un “cocciamatte”, un pazzo, che sia nato così o lo abbia reso la vita poco importa, perché Liborio ne ha passate davvero tante, ha subito disgrazie, contraccolpi, ha vissuto la guerra e la pace, l’umiltà e l’umiliazione, ha conosciuto città diverse ed è riuscito sempre a cavarsela.

È il suo viaggio nel settentrione a fargli conoscere e farci immaginare un mondo che oggi non esiste più, quello del “bum” economico, la terra promessa di chi come lui ha lasciato la propria terra e come suo padre, con gli stessi occhi, ha attraversato praticamente un oceano dimenticandosi la strada di casa.
Liborio è un personaggio che non brilla per intelligenza ma che sa amare. Teresa è la sua Beatrice e la porterà con sé per tutto il suo peregrinare senza sosta, ma non è con lei che scoprirà il vero amore, o per lo meno non quello che molti pagano “a ore” dalle signorine che lo fanno per mestiere. Quello che ci presenta Rapino non è un distaccato sguardo a ritroso di una vita ricca di emozioni contrastanti. No, Liborio è un perdente, talvolta preda di accessi d’ira, talvolta preda di una malinconia esistenziale. Il taglio spiccatamente neorealista del racconto si riflette anche nella lingua usata, che riprende molto dalle inflessioni dialettali del centro e del Sud Italia, senza tuttavia collocarsi geograficamente in modo preciso. Liborio ha iniziato a pensare in una lingua tutta sua e racconta con la stessa struttura l’intera storia della sua vita.

Il racconto è popolato di personaggi indimenticabili per la loro umile origine e per il loro significato all’interno di un’esistenza travagliata. Troviamo il maestro Romeo Cianfarra, donn’Assunta, Teresa Giordani, gli operai della Ducati, il dottore Alvise del manicomio e tanti altri attori che agiscono in un mondo umile, devastato dalla guerra e poi frenetico nella via della ricostruzione. Ma oltre questo mondo narrativo vi è quello reale, con cui Liborio interagisce e da cui impara a prendere le distanze: il fascismo, la Resistenza, il nord industrializzato, il ’68, un personaggio come Scerbanenco.

Il mondo di Liborio e quello reale si fondono in un’unica storia fotografata dal basso, dalla polvere, dagli inciampi della vita e dai momenti dolorosi che qualcuno soffre già venendo al mondo. Lui ha gli occhi di suo padre, ma suo padre non c’è mai stato, ed è come se il viaggio nel nord e il suo ritorno fossero una ricerca estenuante di uno sguardo. Perché di mani, di sguardi e braccia alzate Liborio ne vedrà abbastanza, ma gli occhi come i suoi, forse chissà se ci sono stati veramente in quello strano mondo in cui anche lui “cocciamatte” ha fatto la propria parte.

Le pagine corrono, Remo Rapino lascia che sia Liborio a prendersi tutte le pagine necessarie per raccontare di sè. E quando il libro si chiude, altro non si può fare che pensare alla caducità della vita, alla sua grafia distratta, a come ognuno è attore di un grande disegno, pur nella propria talvolta fin troppo umile esistenza, come accaduto ad un personaggio che si fa fatica a dimenticare, ma a cui ci si affeziona sin dalle prime righe.

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