Il cantiere medievale di Oberto Ferlendi ad Aulla

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Un recentissimo ritrovamento archeologico a San Caprasio fa intuire la ricchezza, anche architettonica, del complesso abbaziale medievale aullese, fatto del quale in qualche modo ci aveva dato un importante indizio il pontremolese Bernardino Campi: “Anno di Cristo 1224, essendo Abbate di S. Caprasio dell’Aulla Venantio fu fabricato il claustro di quel monastero; e dall’imperatore Federico fu al medesimo concesso un ampio Privileggio a favore di detta Abbatia”.

Fino a pochi anni fa questa era notizia poco nota e niente sembrava essere rimasto di visibile, neppure quella lapide a ricordo dei lavori che Bernardino asseriva di aver visto nel chiostro; ora il ritrovamento di un elegante capitello binato, che si affianca a quello con draghi rinvenuto qualche anni fa, ci fa intuire l’esistenza di un chiostro con grandi pilastri recanti bozze elegantemente scolpite e colonne binate recanti capitelli altrettanto di ottima fattura. Quel che appare oramai chiaro è il fatto che intorno al 1224 l’abbazia di Aulla aveva rinnovato il suo chiostro, forse addirittura lo aveva fabbricato ex novo e l’abate Venanzio aveva chiamato da oltre Appennino maestranze di prim’ordine: Oberto Ferlendi con la sua bottega, attiva in area piacentina, composta da scultori certamente, ma anche da costruttori.

È stata la professoressa Maria Pia Branchi dell’Università di Parma a suggerire la committenza e l’attività ad Aulla di Oberto: ha riconosciuto in un capitello con draghi di elegante fattura la mano dello scultore e lo ha fatto confrontandolo con un capitello simile, datato e firmato, conservato alla Galleria Nazionale di Parma. Altre pietre rinvenute presentano non solo una identica buona fattura, molto più accurata di quella dei capitelli delle nostre pievi, ma anche alcuni dettagli delle cornici identici a quelli del capitello con draghi. Si è fatta sempre più convincente l’ipotesi dell’apertura ad Aulla di un grande cantiere che aveva come premessa l’acquisita disponibilità economica dell’abbazia, perché in quegli anni l’abate Venanzio aveva venduto al comune di Piacenza 19 poderi, impiegando il ricavato nell’acquisto del diritto di pedaggio sull’Aulella dal marchese di Massa, ma anche nel rinnovamento del chiostro.

Se si ricorda che il 25 novembre 1220 l’imperatore Federico II aveva concesso ampi privilegi all’abate Venanzio, allora si può avanzare altre ipotesi ( tutta ancora da dimostrare, ma non priva di indizi ) sul cantiere aullese di Oberto: vi sono tracce dell’utilizzo, insolito in Lunigiana, di pietra e mattoni sagomati nell’architettura del portale di accesso dal chiostro all’abbazia. Le grandi eleganti colonne con capitelli della sala capitolare, coeve alla costruzione del soffitto a volte di mattoni, e forse anche la costruzione della grande enigmatica torre ritrovata di recente (forse voluta come simbolo del potere acquisito dall’abate con i privilegi dell’imperatore Federico) potrebbero essere opera della bottega di Oberto. Ipotesi, tutte, che dovranno essere vagliate con un confronto attento con le opere architettoniche di Oberto dell’area piacentino-parmense.

Tornando al recente ritrovamento del capitello, che presentiamo in anteprima, la Soprintendenza ha effettuato un sopralluogo con la presenza della dottoressa Marta Colombo e probabilmente ne curerà il restauro dopo il suo ritrovamento inglobato in un muro, effettuato dagli operai della ditta La Volta di Roberto Benettini, impegnata nel restauro del teatrino parrocchiale.

(R.Boggi)

Nel 1299, racconta il cronista lucchese Sercambi, “li figluoli di messer Francesco Bernabue marcheze Malaspina ucciseno lo abate Tomazo dall’Agula. E ‘l vescovo Antonio di Luni andò all’Agula e presela. E quel medezmo anno Lucca tolse l’Agula per certe ragioni che Lucha v’avea.” Pochi anni dopo, il 28 giugno 1309, per l’abbazia fu decadenza, tanto che il card. Arnaldo, legato papale (Clemente V), scrisse all’Abate di S. Bartolomeo di Linari e al can. di Luni Francesco di Panicale, raccomandando loro di prendersi cura del Monastero di Aulla e, in particolare, dell’unico monaco di nome Mercato, ridotto a vivere di carità.

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