Primo singolo e primo disco per il cantautore lunigianese Davide Nanti

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Incontriamo Davide un pomeriggio di febbraio. Fa freddo, il fumo di sigaretta si aggiunge a qualche passo nella assonnata piazza Medicea di Fivizzano, ci sediamo in un bar ed iniziamo a parlare. È la prima volta che scriviamo di musica, di quella che arriva dai nostri paesi, fatta dai nostri ragazzi, che di cose da dire ne hanno davvero tante.

Tra qualche giorno, il 12 di febbraio, per Davide, arriverà il momento del primo singolo da solista: “I postumi della nostra anima”, che anticipa il primo disco “Il valzer dei codardi” previsto per fine marzo, a primavera già iniziata.

Non si tratta di un vero e proprio esordio perché parallelamente a quella di cantautore, Davide ha portato avanti il progetto della rock band tutta lunigianese Silknife e di rock ne ha già macinato quanto basta per avere qualcosa da dire, tra cui un album assieme al suo primo gruppo, gli Atomi, che lo ha visto protagonista al festival di Montecampione, tra le cinquanta band emergenti più interessanti d’Italia.

Adesso però, con il primo album, tutto è di nuovo messo in gioco, ci troviamo di fronte ad un disco che parla del disagio giovanile, della crescita, il tutto cantato talvolta con rabbia o con dolcezza che assecondano i toni della sperimentazione poetica di Davide e della collaborazione con il cantautore spezzino Apice che ha curato gli arrangiamenti e la produzione artistica assieme al chitarrista, sempre di Spezia, Fabio Mano, che ha suonato tutte le parti di chitarra. Una gestazione durata un anno presso la Bullsrecordz di Davide Gallo (Bottagna, SP) che ora è pronta per culminare nel momento dell’ascolto.

Nel corso del nostro incontro abbiamo fatto qualche domanda a Davide, per conoscere meglio lui e il disco che sta per pubblicare.

Un album tutto da solo, come ti è venuta l’idea e perché?
Io vivo un po’ con questa urgenza di esprimermi. Mi è capitato e penso che sia un fatto del tutto arbitrario di farlo con la musica e la scrittura. Era un periodo che passavo dalla prosa, alla musica con i testi dei SILKNIFE il gruppo con cui canto e scrivo parallelamente, ma stavo cercando qualcosa di nuovo da sperimentare. Volevo provare a scrivere delle cose diverse. Cosi indirizzando gli ascolti in quella chiave che si può definire cantautorale ho deciso di dedicarmi per un anno soltanto a quello. Ho preso la chitarra acustica e ho iniziato a fare solo quello praticamente dalla mattina alla sera, fino a quando non ho trovato un mood di scrittura e composizione. Leggevo i testi, riascoltavo le canzoni che scrivevo, e vedevo che ero io ed ero sincero, col rischio che si corre ad essere sinceri, ed ho continuato. Così è nato tutto.

Sentiamo che ci sono riferimenti impliciti nelle varie tracce presentate, quali sono stati i tuoi “maestri” durante la realizzazione del disco?
Maestri ne ho avuti tanti in questo anno di lavoro, ma se proprio devo fare un nome, il maestro è stato Fabrizio De André. Ho ripreso la sua discografia e l’ho studiata tutta, cercando però di evolvere il mio modo di scrivere perché l’urgenza era quella, per non diventare una parodia. Ho studiato praticamente ogni sua canzone, tecnicamente proprio, ho studiato il De André compositore. Per esempio: ho cercato di capire perché usasse quell’accordo in quel determinato modo, ripetendosi in altre canzoni, perché quell’accordo in quel momento mi emozionava, ed ho cercato di fare mio questo suo modo. Nell’album i tributi alla sua figura sono stati voluti, perché c era la voglia di riprendere un discorso cantautorale, che voleva essere quello di fare prima di tutto canzoni. Se ascolti De André, l’intenzione è proprio quella di scrivere canzoni, non c è mai la volontà di dirti le proprie verità, ed era una fase artistica che comprendevo di tutti i grandi ma non riuscivo a realizzare. De André rimane a monte a se stesso, non dice, la grandezza dei testi è nel non detto. E poi ha la voce di Dio.

Testi poetici e musica diretta al cuore degli ascoltatori, una vena anche letteraria che dimostra una maturità in via di acquisizione. A chi ti ispiri?
Ho ascoltato e ho letto molto in questo anno. Scrivere un disco ha bisogno di una grande disciplina, non basta l’ispirazione. Più o meno sono andato avanti ad un libro e tre dischi a settimana, perché sono vittima di quel grande problema generazionale che è la mancanza di un vocabolario sufficiente ad almeno capire ciò che si prova. Non avendo parole devo costantemente leggerle per averle a portata di bocca. Quando non studiavo De André ascoltavo musica completamente diversa: Daughters, Nothing, Jesu, The Dilinger Escape Plan, Made Out Of The Babies…soprattutto. Per le letture oltre i classici ho approfondito Pynchon e David Foster Wallace che sono probabilmente i due più grandi esponenti del post moderno, e mi hanno permesso di usare molte parole e molti schemi mentali.
Nel disco però ci sento il mio grande amore letterario, il libro che mi ha fatto scoprire l’amore per questo mondo che vi sto raccontando e ha influenzato la mia vita: Il giovane Holden di Saliger. C è un grande pensiero anarchico in Salinger a mio modesto modo di vedere, e c’è una grande disillusione e sull’esistenza. Per esempio quando Holden piange raccontando la sua vita alla prostituta, o quando la sorella gli chiede le sue aspettative sul futuro e lui risponde che vorrebbe essere il Catcher in the rye. Penso che il disco sia ispirato a quel modo di intendere la vita. È ispirata necessariamente alla Lunigiana e a Fivizzano, al suo tessuto sociale e al disagio giovanile, alla noia, alla difficoltà che un posto come questo comporta a quelle persone che hanno voglia di fare delle cose o semplicemente alle persone che sono più deboli, che da sole non riescono e si ritrovano ai margini di una terra già emarginata di suo. C’è chi si salva in qualche modo, chi trova una strada, c è chi se ne va, e poi c è chi probabilmente non ha voglia, non ha speranze, non riesce ad autodisciplinarsi e smarrisce il senso della propria vita, inciampa nel vizio, droga e alcool, se gli va bene. C’è chi si suicida. Io che ho vissuto nel pieno cambio generazionale ho visto soprattutto questo, e ne ho parlato.

Personaggi e luoghi di un paese lontano dalla città, ci confermi che è davvero un mondo quello che racconti nel disco e che omaggi in Via Roma. Quanto è difficile fare musica in un posto come la Lunigiana?
La Lunigiana provocatoriamente è la terra ideale per fare musica, è una terra meravigliosa con testimonianze importanti. Io quando apro soltanto la finestra di casa mia e vedo le colline o scorgo i ruscelli e penso al sangue versato che ancora sembra colare e stagnarsi in quei tramonti rossi, io sono profondamente commosso e profondamente incazzato. Se penso che in questa terra ha vissuto uno dei più grandi scrittori del 900, Loris Jacopo Bononi, mi riempio di entusiasmo. Questa terra ha un passato vivo, vivissimo, e fare musica avere questa urgenza, almeno per me è una conseguenza di questo passato. Farla si fa musica. Il problema è promuoverla, il problema è il messaggio. In Lunigiana ci sono ottimi gruppi ottimi musicisti, ma sono lunigianesi. Lunigianesi vuol dire essere campanilisti, vuol dire difendere a priori il proprio paese piuttosto che la propria musica, e soprattutto nessuno in questa terra ti prende sul serio, quindi anche collaborare con altre persone, sperimentare, è sempre stato impossibile almeno per me che non sono un persuasore. Purtroppo sembra che qua le cose debbano essere fatte in un certo modo ed oltre quel modo, hai difficoltà a comunicare una strada ulteriore. Suonare è difficile ma non si può dare colpa a chi gestisce i locali, è sempre colpa di come si è educati ad ascoltare, quindi di chi frequenta. Peccato perché la scena lunigianese che per i musicisti che ha non avrebbe niente da invidiare alle scene confinanti, ma la mentalità è sbagliata.

Cosa ti aspetti dal futuro? Come lo immagini e cosa vorresti per la tua crescita musicale?
Io in generale mi aspetto molto da me stesso, parlo proprio di crescita personale, di un patto tra me e me. Vorrei continuare a fare musica, vorrei arrivare a dare una forma ancor più sincera al mio lavoro, vorrei fare qualcosa che sia necessario a me stesso. Mi piacerebbe poter scrivere per altre persone, per capire se sono l’interprete migliore del lavoro che faccio. Mi piacerebbe portare il disco in live e farlo ascoltare qua in Lunigiana prima di tutto, magari integrandolo con altre persone che fanno altri lavori magari e provare a farne un discorso per capire se si possano fare delle cose a livello culturale e sociale. La musica e la scrittura rimangono le priorità. Ho tanti sogni ma dalle mie parti si dice che non vanno detti se no non si avverano.

Trovate Davide a questa pagina Facebook.

Si ringrazia Jessica Vinciguerra per la foto, che assieme a Simone Bellani ha creato l’immagine di copertina dell’album.

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