Speciale Al cinema con Eco – Ricordando Bernardo Bertolucci

Alcuni dei miei film preferiti del regista recentemente scomparso

0
52
Bertolucci

Dopo la morte di Bernardo Bertolucci, avvenuta ieri 26 novembre, il web si è scatenato.
L’attenzione mediatica rivolta al regista ha avuto un effetto polarizzante sul popolo dei social: un atteggiamento di incondizionato amore (anche sdolcinato, con commenti del livello di “Faceva cinema con il cuore, era uno di noi”) o di forte critica – relativa all’infame “episodio del burro”, subito da Maria Schneider sul set di Ultimo tango a Parigi – spesso sfociata in vera e propria cattiveria (“Ding dong! Lo stupratore del burro è morto”).
Al di là del fatto che trovi entrambi questi atteggiamenti ridicoli, non sono qui per giudicare l’uomo, ma per parlare di cinema.
Sicuramente l’abuso subito dalla Schneider è stato un vergognoso e degradante episodio, che deve essere per questo condannato, e che rimarrà per sempre una zona d’ombra nella vita di un gigante del nostro cinema.
Dopo questa premessa, che mi sentivo in dovere di fare, passiamo a parlare di arte, dell’autore appena scomparso e di alcuni suoi lavori a cui sono particolarmente legato (vi anticipo già che non tratterò il film premio Oscar L’ultimo imperatore, pellicola citata dai più in riferimento a Bertolucci).

C’era una volta il West (1968)

Bertolucci

Vi sembrerà strano vedere questo film – probabilmente il capolavoro di Sergio Leone – associato al regista di Parma.
Fu invece proprio Bertolucci – e un altro insolito collaboratore come Dario Argentoa scrivere insieme a Leone il soggetto dell’epopea western.
Bertolucci ottenne il lavoro dopo un suo commento sui deretani dei cavalli, fatto a Leone dopo la visione de Il buono, il brutto e il cattivo (“Dissi che mi piaceva il modo in cui filmava i culi dei cavalli. In generale […] i cavalli venivano ripresi frontalmente e di fianco […] Sono pochi i registi che riprendono il retro, che è meno retorico e romantico…”).
Il lavoro di quattro mesi di lui e Argento produsse un corposo trattamento di trecento pagine, pieno di suggerimenti visivi e di messa in scena che influenzarono non poco il film.
Questa collaborazione è l’esempio di come a volte, nel nostro cinema, il mondo degli autori e del genere non fossero così lontani – come certa critica, dalla visione arcaica, vorrebbe fare intendere -.

Strategia del ragno (1970)

Bertolucci

Athos Magnani (Giulio Brogi) torna a Tara, fittizio paesino nella campagna parmense, per scoprire chi fu ad uccidere il padre, eroe della Resistenza suo omonimo.
Il film mescola il racconto della nostra storia con atmosfere da thriller, trovando il suo tema centrale nella riflessione sulla verità (sulla mitizzazione necessaria di alcuni fatti legati alla Resistenza, fondamentale nel costruire una coscienza antifascista).
La pellicola parte da un registro realistico per poi andare a perdersi in atmosfere surreali, dove il presente si sovrappone al passato (Brogi interpreta sia il protagonista che il padre, l’amante del padre, Alida Valli, è vecchia sia nel passato che nel presente).
La bassa non è mai stata così inquietante, misteriosi e isolati paesini popolati esclusivamente da anziani e bambini, dove si sfiora a tratti la dimensione dell’incubo (suggestioni che hanno sicuramente ispirato l’horror di Avati La casa dalle finestre che ridono).

Il conformista (1970)

Bertolucci

1938, la spia fascista Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant) viene incaricata di avvicinare ed uccidere il suo vecchio professore universitario Luca Quadri (Enzo Tarascio), dissidente politico rifugiatosi a Parigi.
Bertolucci, con questo adattamento da Moravia, ha messo a segno il suo primo successo di pubblico.
L’oppressione del regime è resa magistralmente; le imponenti architetture monumentali fasciste, che dominano alcune inquadrature, schiacciano le piccole figure umane.
Si ha una continua sensazione di asfissia, quella provata anche dal protagonista, inquadrato nel conformismo borghese-fascista in fuga dalla propria omosessualità.
Ruoli da comprimari perfetti per Stefania Sandrelli e Gastone Moschin (sarà proprio il ruolo dell’agente Manganiello a farlo notare da Francis Ford Coppola per Il padrino – Parte II).
Un capolavoro – per chi scrive il Capolavoro di Bertolucci – splendidamente fotografato da Vittorio Storaro.