First Man – Il primo uomo, il lutto di un padre

Damien Chazelle e Steven Spielberg portano al cinema la storia di Neil Armstrong

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First Man

1962, l’ingegnere Neil Armstrong (Ryan Gosling), dopo la morte della figlia Karen per un tumore, entra alla NASA come aspirante astronauta.
Tra i programmi Gemini e Apollo, e la vita familiare con i figli e la moglie Janet (Claire Foy), il percorso che lo porterà ad essere il primo uomo a mettere piede sulla Luna.

A quasi cinquant’anni dall’Allunaggio (20 luglio 1969), un sognatore che ci ha regalato classici del cinema che guardano allo spazio, Steven Spielberg, porta in sala, in veste di produttore, la storia dell’astronauta Neil Armostrong.
La regia è affidata a Damien Chazelle (Whiplash, La La Land), che per la prima volta si confronta con una sceneggiatura non sua – scritta da Josh Singer e basata sulla biografia di James R. Hansen – e dal soggetto “non musicale” (anche se il sonoro gioca sempre un ruolo cruciale).

First Man non è un film sull’allunaggio, è un film – come dice onestamente il titolo – su Neil Armstrong.
First Man è un film sull’elaborazione di un lutto, su un padre che si imbarca in un’impresa, non per la gloria o per patriottismo (evitando così anche alcuni stucchevoli cliché da biopic americano), ma per lasciarsi alle spalle un dolore insostenibile: la morte della figlia.
Un dolore che nel tempo cresce con l’accumularsi di altre perdite – i colleghi del programma spaziale, e amici, Elliot (Patrick Fugit) e Edward (Jason Clarke) -; Neil per andare avanti si concentra sull’obiettivo: la Luna.
Armstrong, quando la sua mente lo riporta al lutto, è sempre con gli occhi fissi sull’astro luminoso nel cielo, intento a non pensare alle tribolazioni terrene.
Chazelle riesce abilmente a raccontarci questa sofferenzaottimamente resa dallo sguardo straniato di Gosling, perfetto nel ruolo di un uomo che si è chiuso in se stesso per sfuggire al dolore – senza cadere in patetismi esagerati (riesce anche a rendere con delicatezza la scena del bracciale, occasione in cui molti altri registi sarebbero facilmente scaduti nel melenso).
Il film ci accompagna in un crescendo di tensione, ottimamente enfatizzato dalla regia (le claustrofobiche inquadrature ravvicinate dentro gli abitacoli delle navette, l’utilizzo quasi costante di una traballante macchina a mano, l’alternanza con soggettive) e dal magistrale sound design, che alterna la splendida colonna sonora di Justin Hurwitz e picchi di suono con il gelido silenzio dello spazio.
La tensione è resa palpabile anche attraverso il personaggio della preoccupata moglie di Armstrong, Janet (la Claire Foy di The Crown, qui in odore di Oscar).
Altro merito di Chazelle – e dello sceneggiatore Josh Singer (Il caso Spotlight, The Post) – è il riuscire ad evitare inutili e pesanti “spiegoni”, tranello in cui cadono molte pellicole dal soggetto scientifico o fantascientifico.
Piccolo tributo dovuto a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick (colui che è ritenuto il regista del “falso” allunaggio), con le navette che galleggiano nello spazio a ritmo di valzer.

First Man

Non il solito biopic hollywoodiano, ma un film che valorizza il lato umano su quello spettacolare da colossal.