Ottobre ad Aulla e “Il Destino di un Muro”

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© Alessandro Trapezio

Oggi, 25 ottobre, a sette anni dall’alluvione, pubblichiamo quasi integralmente il testo dell’intervento del professore Umberto Crocetti pronunciato in occasione dell’ evento di presentazione di The Wall \\ Saluti da Aulla dello scorso 28 ottobre 2017. 

La fotografia in evidenza è tratta dal   progetto di Alessandro Trapezio, che ringraziamo per la gentile concessione e per averci reso parte, con Lunicafoto, di questo importante momento di riflessione: riflessione che, proprio con la condivisione di queste parole, intendiamo proseguire.

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Aulla, credo di conoscerla bene. Soprattutto sono in grado di ricordarne le trasformazioni degli ultimi sessant’anni. State pure tranquilli. Il mio intervento non ha velleità nostalgiche. Non ho alcuna intenzione di proporre la solita narrazione “sul come stavamo bene quando stavamo peggio”. Ciò che mi preme è piuttosto l’osservazione di quel che accade oggi o è immediatamente accaduto. Un racconto per i contemporanei con una prospettiva sulla posterità.

A lungo sono stato indeciso se partecipare alla manifestazione. Mi frenava, mi frena, la consapevolezza di come ciò che viene evocato nel titolo metta in campo la mia personale, diretta responsabilità di cittadino non estraneo alla politica. Perché, se la politica va considerata uno scopo, nessuno che appartenga alla mia generazione può sottrarsi oggi, né potrà sottrarsi domani ad una chiamata di correità per aver consentito la costruzione di quello che già ora possiamo denominare “Muro di Aulla”. Personalmente, non avrei remore a indicare quali siano stati i miei errori. Pur essendo, da anni estraneo ai luoghi dove si prendono le decisioni amministrative, sento di non potermi dichiarare assolto.

Anche la passività, la noncuranza, la delega disinformata contribuiscono a produrre i processi politici. In questo senso non posso accampare alibi e dichiarare assenza di colpe. Ma nel momento in cui assumessi in toto le mie responsabilità, non potrei esimermi dal considerare altri comportamenti ancora più responsabili e assai più determinanti. Il taglio di questo mio ragionamento declinerebbe, inevitabilmente, verso la polemica, finendo per danneggiare la manifestazione stessa. I tempi e i luoghi non si avvicendano in modo indifferente. Le parole vanno calate nelle circostanze. Ci saranno occasioni diverse per chiedere conto e promuovere giudizi. Gli scopi di oggi sono assai diversi. […]

Veniamo al merito della questione. Il progetto di Alessandro Trapezio presenta delle immagini del nuovo argine del Magra, una lunga muraglia che percorre l’intero asse viario del paese, su cui è stata sovrimpressa una tipica dicitura da cartolina illustrata: “Il Muro. Saluti da Aulla”. A prima vista chi osserva è sorpreso dall’aspetto paradossale della rappresentazione. La costruzione anonima che il cemento armato, lasciato nella forma grezza, rende particolarmente incombente, viene eletta al rango di una attrattiva turistica. L’intenzione sottesa sembrerebbe, immediatamente, sarcastica.

Sennonché ironizzare vale dissimulare, in sostanza indicare un concetto per significarne un altro. Se ci liberiamo dal condizionamento della prima impressione, perseguendo uno scopo disvelante, ci rendiamo conto che l’immagine rimanda ad un senso assai più articolato e profondo. Oggi, in epoca di rivoluzione digitale, le cartoline illustrate sembrano avviate verso un destino antiquario. Al contrario la nostra esperienza di viaggiatori del secolo scorso ce le fa ricordare come oggetti vivi, intermediari di esperienze emozionanti. Molti di voi rammenteranno l’attenzione con cui ricercavamo le più adatte a comunicare a parenti e ad amici le sensazioni vissute, visitando luoghi lontani. In particolare ci attiravano quelle che meglio riuscivano a interpretare il” genius loci”, “l’anima del luogo”, quelle che, riproducendo le forme architettoniche o le note paesaggistiche peculiari, ne coglievano i segni distintivi . Le cartoline illustrate erano strumenti identificativi di un ambiente, attraverso le immagini, ne rivelavano l’unicità, immediatamente riconoscibile agli occhi del mondo. Ancora oggi è possibile ammirare storiche cartoline di Aulla che sembrano averne rapito l’intimità. Qualche volta riproducono paesaggi panoramici, in altri casi scorci di vie, angoli di piazze. Chi le osserva ed è abitante del luogo non può non associarvi un sentimento di appartenenza. In quelle immagini riconosce la storia del suo paese, ma anche la sua propria.

Tra il luogo e i propri abitanti esiste una relazione di reciproco scambio formativo. Gli uomini danno forma alle loro città, ma le città agiscono sullo spirito dei loro abitanti. Quel che essi diventeranno sarà, almeno in parte, condizionato dal luogo in cui hanno avuto la sorte di nascere e condurre le proprie esistenze. Non si può sfuggire all’influenza del proprio “genius loci” e di questo erano perfettamente consapevoli gli antichi che indicavano i nomi degli uomini sempre accompagnati dalle loro provenienze.

I luoghi, a somiglianza degli uomini che li abitano, possiedono delle personalità che come le personalità degli uomini si trasformano. Normalmente i cambiamenti seguono il corso delle esistenze e risultano lenti, privi di evidenti soluzioni di continuità, associandosi alle diverse fasi della vita degli individui. In alcuni casi, però, le alterazioni avvengono in modi inaspettati e violenti. Traumi improvvisi e sconvolgenti agiscono con una potenza talmente disgregante che, se avviciniamo le persone vittime di queste aggressioni, non riusciamo a riconoscerle. I vissuti di queste esperienze, qualora coinvolgano coloro con cui siamo più intimi, si configurano secondo aspetti drammatici. L’estraneità dell’altro si riflette su di noi nei termini di una doppia mancanza. Perdendo l’altro, perdiamo, contemporaneamente, noi stessi.

Forse la maggior parte di noi, parlo di noi aullesi, non ne ha ancora raggiunto una perfetta consapevolezza, ma rispetto al rapporto con la città ci è capitato qualcosa di irreversibile che ci ha sbalzati in una condizione definibile come estraniazione estraniante. La costruzione del Muro cui abbiamo assistito in forme silenti e passive, dando segno di impotenza e pusillanimità, ha modificato profondamente la natura urbana del paese che abitiamo tanto da renderlo assolutamente diverso da quello in cui soggiornammo fino al giorno infausto dell’alluvione del 2011. La cartolina “Il Muro. Saluti da Aulla” lo testimonia con la potente leggerezza ironica di cui vi parlavo.

Il Muro è un monumento tanto imponente e invasivo che ogni altro della città non è in grado di reggerne il confronto. Non la Brunella, né l’Abbazia o la scalinata del Groppino che s’apre sullo sfondo del tempio votivo, saranno i luoghi della memoria per il viaggiatore che si fermerà ad Aulla nei tempi futuri. Questi edifici sono troppo comuni e gli squarci troppo consueti, per significare qualcosa nell’immaginario contemporaneo, incline al fascino delle aberrazioni. Fatevene una ragione! Sarà il Muro e non il gradevole viale alberato della vecchia stazione o l’armonia raccolta di Piazza Cavour con le sue balconate fiorite a promuovere il nome della città nel mondo. Il Muro sarà il nostro segno distintivo, il nostro logo, il marchio della nostra ragione sociale. “Il Muro. Saluti da Aulla” è un’anticipazione visionaria del destino di questo borgo millenario che in un tempo brevissimo ha subito una trasformazione paragonabile a una mutazione genetica.

Il Muro è una costruzione perenne. Confrontato alle nostre vite la sua persistenza è calcolabile in centinaia, migliaia di anni. Il nostro borgo ha una storia documentata di poco più di un millennio. Per tutto questo tempo la vita di Aulla è corsa in parallelo con il corso d’acqua che la lambisce. Dopo la costruzione del muro, fiume e città hanno cessato di costituire un’unità paesaggistica. Il Muro ha separato case e persone dal Magra. Il fiume continuerà ad esserci, ma restando al di là, estraneo e invisibile. Non ne sentiremo più il rumore, né saremo in grado di osservarne le cicliche sequenze di piene e di secche.Sennonché il problema, anche se posso averne dato l’impressione con l’evocazione di immagini e stati emotivi, non è riducibile a una questione nostalgica. Le generazioni trapassano velocemente. Coloro che ricordano Aulla come una città fluviale, in breve tempo spariranno. I nuovi abitanti che traverseranno le sue strade negli anni che verranno, presumibilmente per molti secoli ancora, vivranno nella città del Muro. Una città le cui relazioni antropiche non saranno determinate dal contatto con il fiume, al contrario dal suo nascondimento.

© Cesare Salvadeo 

Inevitabilmente saranno uomini diversi, creatori di storie diverse. Saranno migliori, peggiori dei loro antenati? Non ci è dato saperlo. Ciò che possiamo dire con certezza è che non avranno le stesse possibilità dei predecessori d’incontrare la bellezza nel quotidiano. Saranno più poveri? Forse. O almeno così si mostrano alla prospettiva telescopica del nostro sguardo retrospettivo. Ecco! Siamo giunti al punto dirimente del discorso. Sia più o meno carica di conseguenze, la costruzione dell’argine segna e segnerà per Aulla una discontinuità storica. Come sempre accade ai contemporanei che vivono le epoche di trapasso, la consapevolezza di ciò che sta accadendo rimane sfuggente. Tuttavia, nel nostro caso, il Muro è realtà talmente tangibile e alterante che risulta impossibile non vederne l’impatto sulla storia dei singoli e della comunità. Più o meno confusamente tutti quanti intuiamo di vivere nell’Aulla del Muro che non è più quella della Fortezza o dell’Abbazia. Il fatto stesso di trovarci in questa sede a elaborare considerazioni su di esso e ad ammirare una mostra fotografica che lo elegge a monumento simbolico della città ce lo conferma con potente evidenza.

A questo punto, accertato che, almeno in alcuni, è maturata una qualche forma di consapevolezza teoretica dell’accaduto, si può dire altrettanto della consapevolezza pratica? Da questo punto di vista il percorso non può neppure considerarsi iniziato. Il muro di Aulla è, sicuramente, catalogabile come un’opera architettonica colossale, destinata a costituire lo spartiacque urbano della città. Normalmente, nelle classi dirigenti, si manifesta una inclinazione straordinaria ad associare il proprio nome alla costruzione di edifici o alla erezione di monumenti. Provate a chiedere un po’ in giro, tra i politici locali, in quanti vogliano vedersi riconosciuto il merito di costruttori del muro. Dubito che ne troverete anche uno soltanto. Al contrario l’affermazione che, più frequentemente, sentirete ripetere, attribuirà l’intera responsabilità della sua progettazione e realizzazione al commissario straordinario per l’emergenza. Non metto in discussione che le cose stiano effettivamente così e che le decisioni, per determinazione legale, siano state prese altrove, da personaggi estranei alla nostra storia e al nostro ambiente.

Ma questo basta ad assolverci totalmente? La nomina di un commissario dopo l’alluvione è stata una condizione sufficiente a toglierci ogni iniziativa? Di fronte alla prospettiva della costruzione dell’opera più imponente mai sorta ad Aulla, noi aullesi non avevamo il diritto e il dovere di fare  almeno qualche domanda? Non potevamo chiedere: ma un Muro così, è realmente necessario? Non esistono, assolutamente, alternative? E soprattutto: lo vogliamo cioè vogliamo sacrificare in modo irrimediabile la conformità urbana della città per difenderla da una minaccia che, statisticamente, risulta poco probabile si concretizzi nei prossimi duecento anni?

Vedete, da un punto di vista pratico, cioè delle responsabilità che abbiamo nei confronti di chi nel futuro ci sostituirà, il problema non consiste tanto nel fatto che il muro sia stato costruito, quanto nella circostanza che la sua costruzione sia stata voluta. Quel che è accaduto ha dello stupefacente. L’opera che cambia il destino di Aulla nessuno degli aullesi ha deciso di volerla. La scelta è stata delegata ad altri, ad un commissario per l’emergenza.

Capite quel che è successo? Una decisione che avrà, per Aulla, un valore epocale è stata presa in emergenza. In un momento molto difficile della nostra storia, quello successivo all’alluvione del 2011, quando sarebbe stato necessario un ripensamento di molte scelte, quando si sarebbe dovuto mettere in campo il maggiore sforzo progettuale per il futuro, abbiamo optato per un assoluto disimpegno. Abbiamo accettato e acconsentito che i compiti di un commissario andassero ben oltre le prerogative della decretazione d’urgenza, gli abbiamo affidato il compito di stabilire un destino.

Il destino si è compiuto. Ha preso le forme di un muro davanti al quale l’atteggiamento più frequente che mi capita di assumere è quello del silenzio attonito. Guardo quella barriera, avverto la sua potenza separante e mi sento sopraffatto da un sentimento di invincibile colpa. L’ho detto in principio e lo ripeto concludendo: di fronte alla Storia delle comunità cui apparteniamo non possiamo in alcun caso dichiararci innocenti. Il muro ci riguarda, è l’eredità più importante e anche più ingombrante che lasceremo alle generazioni future. Cosa esse potranno pensare di noi è difficile dire. L’esperienza insegna che ciò che oggi ha un valore, domani potrà apparire insignificante. Viceversa ciò che si mostra vile, potrebbe acquistare pregio.

Tuttavia di un fatto possiamo essere certi: nessuno ci riconoscerà come creatori. Quando maggiormente avremmo dovuto farne mostra, le nostre volontà si sono ritratte e abbiamo lasciato l’intero campo dell’azione a chi l’ha diretta senza conoscenza dei luoghi e delle persone, facendo scelte esclusivamente razionali che non hanno tenuto in alcun conto la memoria ed il cuore.

Perché alla fine tutta quanta la faccenda si riduce a questo: per creare bisogna amare la propria creazione. A noi mancò la volontà perché mancò l’amore. 

Umberto Crocetti
Docente di Storia e Filosofia
Responsabile Liceo Classico G. Leopardi di Aulla
Vicepreside I. I. S. Leonardo Da Vinci – Lunigiana

 
© Chiara Zucchellini | www.thetowner.com

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