Lavoro e libertà, i ragazzi del liceo incontrano Giorgio Mori

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collage 18 ottobre

“Sono nato nel 1923, senza libertà”, così ha esordito Giorgio Mori nell’incontro di giovedì scorso a Villafranca, con i ragazzi delle classi 5 del liceo.

Una vita, quella di Giorgio, arrivata già a 95 anni, età che non è riuscita a minare il suo corpo ancora in salute e nemmeno la sua mente, vivace e propositiva. Lo scopo della mattinata era quello di parlare ai giovani del significato di due parole importanti come lavoro e libertà. Una storia che avviene molto prima della Liberazione, quando a Carrara c’era la miseria, la maggioranza dei giovani era analfabeta e la polenta era il piatto principale, volente o nolente.

Giorgio viene mandato in Libia a combattere e poi in Sicilia a contrastare lo sbarco degli alleati. Una vita fatta di avventure con episodi rocamboleschi che si potrebbero tranquillamente raccontare in un film o in un romanzo, con fughe in treno ed incontri fortuiti che gli hanno salvato la vita, episodi che hanno fatto capire a Mori che la solidarietà esiste, ed è fatta di piccoli incontri, di persone umili.

Dopo il 1943, e quel fatidico 8 settembre, sceglie di diventare un “ribelle”, un partigiano della prima ora quando ancora la Resistenza era in divenire e i gruppi di azione erano ancora ben lontani dall’avere una propria organizzazione. “A Carrara i cavatori si riunivano nelle cantine e lì si incominciava a parlare di ribellione”. Nel febbraio del 1944 tutto è più chiaro, nascono i primi veri movimenti partigiani e partono le prime azioni di sabotaggio a cui Giorgio partecipa attivamente. Saranno mesi di scontri prima di una ritrovata libertà, mesi che insegneranno ancora più “violentemente” il significato di una parola come “solidarietà”. “E non dimentichiamo le donne – precisa Mori -, sono loro che hanno pensato a salvaguardare la città”.

A guerra terminata il lavoro diventa difficile da trovare e Giorgio, con un figlio e una moglie da mantenere, è costretto ad emigrare in Belgio, alla ricerca di un impiego che segnerà i successivi 14 anni della sua vita. Dalle cave di marmo alle miniere di carbone il suo viaggio della speranza, da migrante, è stato nuovamente travagliato. Lavorare nelle miniere significava stare ore e ore all’interno di cunicoli che permettevano a malapena di muoversi in una sola direzione. “La sicurezza era inesistente – racconta ai ragazzi – e il nostro era uno sfruttamento al 150%, ma in breve tempo abbiamo iniziato ad aiutarci e abbiamo persino creato un sistema per capirci pur parlando lingue diverse, una sorta di esperanto tutto nostro”. Giorgio farà parte anche delle squadre di soccorso intervenute nel 1956 a Marcinelle, sulla cui vicenda restano ancora punti molto oscuri.

Ma alla fine cosa significava essere un partigiano? “Prima di tutto la Resistenza ha avuto un impatto politico e sociale, essere partigiani ci ha fatto capire che bisogna, oggi soprattutto, essere antifascisti in ogni piccola cosa. Questo perché ormai si tende troppo spesso a banalizzare tutto, Costituzione compresa, ed è importante tenere alti certi valori”.

Lavoro e libertà, i ragazzi del liceo hanno avuto un grande privilegio nel poter incontrare un testimone del secolo scorso, si sono dimostrati attenti e partecipativi, ponendo domande e ascoltando in silenzio. Di fronte a uomini come Giorgio Mori, non si può fare altro, d’altronde.