Ancora sulle vicende di Mommio del ’44, Rossi risponde a Lazzerini

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Immagine di repertorio

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Daniele Rossi in merito alle vicende accadute a Mommio nel 1944.

Il signor Lazzerini, nel rastrellamento del 4-5 maggio 1944, non solo vide distrutta la propria casa, ma perse  il padre, Cesare Ubaldo e due zii. All’epoca aveva solo 4 anni. Il signor Lazzerini è quindi coinvolto emotivamente nella vicenda: non posso nemmeno immaginare tutto il dolore, la rabbia, provata da quel  bambino che in quel giorno perse tutto.  Proprio per questi motivi, non possiamo pretendere dal Lazzerini una visione distaccata, lucida dai fatti di quei giorni, un approccio impersonale, slegato dalla prematura morte del padre, accorso verso Mommio, per la paura che i nazifascisti uccidessero i suoi due figli e distruggessero la sua casa. La sua opinione non può essere la verità, ma un racconto di un uomo che ha bisogno di dare la colpa a qualcuno, ciò per sentire meno il peso di una storia che, per la sua famiglia come per altre coinvolte nella strage, ebbe risvolti profondamente tragici.

L’articolo pubblicato dall’Eco l’ho fatto io, evitando volutamente di indicare i nomi dei condannati fascisti per i fatti del 4-5 maggio ’44. Sto infatti lavorando ad un nuovo libro e volevo riservare tali precisazioni a questa nuova pubblicazione. Non ho di certo paura di mettere il nome e cognome di persone che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana. Immagino comunque che nell’opera del signor Lazzerini ci siano i nominativi dei due fascisti condannati, perché lo stesso ebbe da me l’estratto della sentenza verso i due, informazioni che ho trovato presso l’Archivio di Stato di Genova, dopo aver rovistato in 11 faldoni relativi alla Guerra di Liberazione della Provincia di Massa Carrara. D’altra parte sono oltremodo sicuro, visto che il Signor Lazzerini è un fautore della verità, che lo stesso avrà indicato il mio nome come scopritore di queste informazioni.

Secondo la risposta del signor L., il rastrellamento del 4/5 maggio 1944 avvenne a causa del lancio di rifornimento alleato, fatto il 30 aprile 1944, solo 3 giorni prima dell’inizio dell’operazione nazifascista. Solo 3 giorni prima! Dunque, i nazifascisti sarebbero riusciti ad organizzare un’operazione che abbracciò 4 Comuni (Fivizzano, Casola, Minucciano, Giuncugnano) e due Province, Lucca e Apuania, in così poco tempo? Nel rastrellamento vennero impiegati 2.000 soldati, cifra che mi è stata confermata da storici della portata di Carlo Gentile e Lutz Klinkhammer. Le forze nazifasciste provenivano da Massa e Carrara, La Spezia, Reggio Emilia, Lucca, Castelnuovo-Piazza al Serchio, Pontremoli-Parma. Il tempo gioca a sfavore del signor Lazzerini, i nazifascisti non sarebbero mai stati in grado di pianificare e poi attuare un’operazione così vasta in soli 3 giorni. Tale attività è stata definita come un vera e propria operazione di linea. E’ mia opinione che il rastrellamento del 4-5 maggio 1944 fosse già stato deciso, organizzato e pianificato, prima del lancio alleato del 30 aprile 1944. I nazifascisti volevano eliminare le forze partigiane lungo due strade statali, strategicamente importanti per i rifornimenti di uomini e materiali: la SS63 del Passo del Cerreto e la SS445 del Passo dei Carpinelli. La prima delle due arterie stradali era una delle vie principali per garantire il collegamento tra il nord con il centro Italia. Le formazioni partigiane presenti nel territorio considerato erano il gruppo di Azzari-Marini che, dal 15 aprile 1944, prese sede a Massicciano, per prepararsi a ricevere il lancio alleato, per poi tornare nella zona dei Prati di Tea del Monte Tondo e l’Argegna; il gruppo di Almo Bertolini “Oriol” nella zona di Sassalbo; 3 gruppi presenti nel Comune di Minucciano e Giuncugnano, di cui quello comandato da Filippetti era il più numeroso ed organizzato. Nella zona intorno a Sassalbo, fino al 13 aprile 1944, vi era la formazione di Renzo Ferrari “primo Diavolo Nero”. I partigiani stavano dando parecchi fastidi ai nazifascisti lungo le strade statali citate: il gruppo di Bertolini si collegò alle formazioni emiliane e con esse organizzò le prime operazioni militari sia nel versante fivizzanese che reggiano della SS63. Ciò avvenne fino al marzo 1944, dopo questa data il gruppo di “Oriol”, divenne indipendente militarmente dalle formazioni reggiane. Il 17 marzo un gruppo partigiano al comando di Renzo Ferrari ed Orazio Ricci della formazione di Azzari-Marini, attaccò il presidio fascista del Cerreto, disarmando e catturando l’intera guarnigione della Guardia Nazionale Repubblicana. L’11 aprile 1944, una pattuglia di cinque uomini appartenenti al gruppo di Bertolini fecero esplodere una carica di tritolo che danneggiò la casa cantoniera della Fossa, vicino a Sassalbo: i partigiani erano infatti venuti a conoscenza che il comando della Guardia Nazionale Repubblicana era in procinto di ricostruire un presidio a controllo del Passo del Cerreto, nell’abitazione citata. Nella seconda metà del mese di aprile, vennero uccisi due fascisti a nord di Fivizzano ed uno nel Comune di Casola in Lunigiana. Occorre poi parlare dell’intensa attività del gruppo di Renzo Ferrrari: in occasione di un bando fascista, in cui si ordinava la consegna del bestiame all’ammasso,che venne affisso alle porte delle chiede del Comune di Fivizzano e Casola, Renzo Ferrari a cavallo, corse per tutti i villaggi, incitando i contadini a contravvenire all’ordine. Per ristabilire l’autorità, un gruppo formato da militi della Guardia Nazionale Repubblicana e da Camicie Nere provenienti da Carrara, attaccò in forze, ma venne fermato dagli uomini del primo Diavolo Nero, nei pressi di Collegnago. In base a quanto detto, risulta facile affermare che l’intera zona a nord di Fivizzano e Casola fosse in mano ai partigiani. Il rastrellamento del 4/5 maggio 1944, avvenne per eliminare le forze partigiane, ed il paese di Mommio venne distrutto perché i nazifascisti sapevano che la popolazione del villaggio sosteneva il movimento resistenziale ed era il paese più vicino al gruppo di Azzari e Marini che dal 15 aprile 1944, aveva preso sede temporaneamente a Massicciano, in attesa del lancio alleato. In paese poi, vi era una spia.

Ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare Domenico Azzari, un uomo mite, semplice, dotato di una grande sensibilità. Azzari si sentiva in colpa per i fatti di Mommio, perché il lancio attuato in parte finì nel paese e la popolazione nascose parte del materiale. In un’intervista del 1987 Azzari afferma: “Sapevo che a terra la preparazione non era sufficiente e d’altra parte temendo di perdere l’occasione, partii, raccolsi gli uomini, ma non giunsi in tempo sul campo. I segnali furono allestiti al di qua di un costone. C’era vento e i container finirono in parte sull’abitato di Mommio. Bloccammo la zona e nella notte feci radunare tutti i capi famiglia avvertendoli che ciò che stava accadendo era la cosa più tremenda che fosse mai accaduta a quel paese, chiesi l’aiuto di tutti. Non dovevano restare tracce. Non fui abbastanza chiaro e forse ciò che dicevo non era comprensibile. Molti effetti furono trafugati e nascosti. I miei ordini non furono sufficienti ad impedirlo, sarebbe stato necessario una severità che da quasi compaesano, non potevo esercitare”.

L’Azzari da uomo sensibile, umile quale era chiese scusa, ma ripeto, non fu il lancio alleato a causare il rastrellamento, né tantomeno il materiale trovato a Mommio a scatenare la furia dei nazifascisti: essi avevano l’ordine di distruggere il paese ed immagino, uccidere chiunque fosse stato trovato nella zona limitrofa al paese. Gli abitanti di Mommio non ebbero nessuna colpa. L’operazione venne fatta per eliminare il movimento resistenziale del territorio e le comunità, i villaggi, che lo sostenevano.

Il signor Lazzerini sostiene che l’Azzari essendo stato reclutato dagli inglesi dovesse avere una disciplina militare adeguata ed il controllo della situazione. Chiunque abbia studiato la Resistenza Italiana saprebbe che il movimento popolare nato, aveva delle caratteristiche di spontaneità eccezionali, ed era fatto spesso da uomini, a volte adolescenti, che non avevano precedenti esperienze militari ed operavano seguendo le regole della guerriglia (colpisci in pochi e scappa), ciò poco o nulla aveva a che fare con le regole militari. Domenico Azzari era stato inviato come radiotelegrafista ed organizzatore delle bande partigiane del territorio, cosa non facile per lo stesso, visto che fino al giugno del 1944, egli era l’unica porta da cui affluivano informazioni agli alleati, e l’unico collegamento tra il nord Italia ed il centro. Ogni giorno doveva cifrare e comunicare messaggi, ascoltare le comunicazioni di Radio Londra, un lavoro non semplice e che costava ore ed ore di lavoro.

Secondo il Signor Lazzerini i tedeschi non perquisirono il paese di Mommio e nulla venne trovato nel villaggio, ciò viene contraddetto in numerosi saggi e pure da testimonianze: Virginio Galli, di Mommio, da me intervistato il 10 maggio 2005, afferma: “Avevano trovato sul campanile delle armi, questo perché molti partigiani erano paesani. Han trovato una valigia con tutto dentro a casa di pastori. In paese erano tutti con i partigiani, è stato anche per questo che i nazisti sono venuti a Mommio e l’hanno attaccato”.

Ivano Biancardi, storico di Fivizzano, nel suo volume Aspetti della Resistenza nel Fivizzanese e nella Bassa Lunigiana afferma: “A Mommio le cose prendono un aspetto più tragico. I tedeschi vennero e frugarono minuziosamente il paese e proprio nell’ultima casa scoprirono un mitra. Mettono tutto sottosopra scoprendo anche le altre armi” Renato Jacopini, inviato nel fivizzanese dal Comitato Provinciale di Liberazione di La Spezia afferma: “Giunsi in paese quando i partigiani stavano perquisendo le case per ritirare il materiale nascosto: era sparita perfino una piastra da mortaio”

Con mia grande sorpresa, per dirimere questo problema, mi è venuto in aiuto lo stesso Lido Lazzerini, immagino che si sia dimenticato di avermi dato copia del faldone processuale contro i soldati della Divisione Herman Goring. Durante il processo lo stesso Lazzerini sostiene: “Nel corso dei rastrellamenti e delle perquisizioni fu trovata una pistola nell’abitazione di Lazzerini Ubaldo, mentre a casa Pellini fu trovata una cassa con all’interno volantini antifascisti e, secondo quanto appreso da Fiori Armido, anche fuochi d’artificio che sarebbero appartenuti alla famiglia dei Menini (…) Le case bruciate o distrutte in tutto o in parte, furono 70 su 72; una delle due rimaste intatte apparteneva di certo ad una famiglia di delatori”

Per quanto riguarda Domenico Azzari, egli passò il fronte insieme ad altri ribelli nel gennaio 1945, dopo il fallito attacco della Divisione Garibaldi Lunense al fronte in Garfagnana del 27 novembre 1944. Roberto Battaglia alias Renzo Barocci commissario della Divisione ed Antony Holdam comandante della stessa, in una relazione del gennaio 1945, fatta pervenire al comando alleato, mise in evidenza che la III Brigata “La Spezia” di Azzari e Marini era la migliore formazione della Divisione con dei capi eccezionali. Nell’aprile del 1945, L’Azzari sarebbe dovuto partire per essere paracadutato in Trentino, ma a causa dell’andamento della Guerra la spedizione venne più volte rinviata ed il conflitto finì. Gli inglesi avevano fiducia in Azzari.

Per concludere questa relazione sui fatti del 4-5 maggio 1944, affermo che l’operazione nazifascista avvenne per eliminare le forze partigiane lungo la SS63 e la SS45, dove le forze ribelli avevano preso il controllo del territorio e delle strade citate. Il rastrellamento venne deciso prima del 30 aprile 1944, data del lancio alleato, e l’incendio di Mommio non avvenne a causa di quello che i nazifascisti trovarono all’interno delle case, la popolazione del villaggio non aveva colpe. Perché tutto era già stato deciso. Infine voglio invitare il Signor lazzerini a non definire le sue opinioni come una verità assoluta.  A livello umano penso che il Signor Lazzerini stia soffrendo ancora ed abbia molta rabbia, per quanto successo alla sua famiglia, in quei luttuosi giorni, ma per sentirsi in pace,  e trovare un po’ di serenità dovrebbe perdonare coloro che lui ritiene responsabili, un perdono laico, civile, personale, credo sia l’unica strada che il Signor Lazzerini abbia, per vivere serenamente ed in pace gli ultimi anni della propria vita. Gli auguro che trovi questa forza.

Daniele Rossi