Vinca: “In quella casa violentarono 25 donne apriamola per qualcosa di bello”

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Ci sono storie che vanno raccontate. Questa parte dalla voce di una donna, rotta dall’emozione nonostante stia parlando di fatti di settantaquattro anni fa e da una casa ora vuota e abbandonata ma di proprietà, oggi, di un grande ente. Una casa dove furono violentate venticinque donne, portate li con cinque dei loro bambini piccolissimi.
Siamo a Vinca, paese arroccato sulle Apuane e conosciuto, dai fortunati che l’hanno assaggiato, per il pane meraviglioso che vi si produce grazie ad una acqua straordinaria, da altri invece, e sinceramente spero siano molti di più, per la terribile strage nazista avvenuta nell’arco di tre giorni, dal 24 agosto del 1944 al 27 in cui furono massacrate 174 persone. In questa storia il racconto parte dalla voce di Neda Quartieri che trema mentre racconta l’orrore dei fatti accaduti intorno a dove siamo ora in questo pomeriggio d’agosto. Voce che si confonde con la bellezza dell’attenzione che le prestano dei ragazzi seduti davanti a lei ad ascoltare. Un gruppo di boy scout ventenni arrivati per la loro route da Bari a conoscere le Apuane e, quando ci sono ragazzi a cui poter tramandare quello che è accaduto soprattutto ascoltandolo da chi, come Andrea il padre di Neda, ha visto con i propri occhi, avviene qualcosa che ad oggi resta l’impegno con il valore in assoluto più importante che si possa praticare.
Accade cosi che, con Neda si inizi a chiacchierare inoltrandoci nel paese ormai piccolissimo e in parte disabitato. Neda, con la maglietta bianca e la scritta rossa “Io sono Vinca. Non dimenticare” e poi quel numero. . . ” 174″. Camminiamo insieme mentre lei racconta. È successo di tutto a Vinca. È durata tre giorni la strage. Tre giorni. Mi racconta di bambini usati per il tiro al piccione, di anziani inermi ammazzati sulla soglia di casa o di quelli colpiti mentre scappavano con un pezzo di pane, o di formaggio in mano preso al volo. Mi racconta di quella mamma incinta, violentata più volte, poi squartata e uccisa su un tavolaccio e del suo feto gettato in braccio al padre li a fianco per poi essere mitragliati tutti e due. Ma, mentre mi racconta di tutto questo, passiamo davanti ad una casa. La casa è la prima del paese, c’è un numero sulla porta, il civico n. 1. Sulla facciata due targhe di marmo. Una ottocentesca dove è scritto “Pubblica Assistenza Croce Bianca “ed un’altra, piu’recente, che ha incisa la scritta “Croce Rossa Italiana. Delegazione di Vinca”. Due porte, tre finestre e un balconcino. Un piccolo piazzale a lato. Una casa da sempre adibita a qualcosa di bello, come dice la targa più antica. Qualcosa vicino alle persone, destinata a portare aiuto e sollievo. Invece, mentre passiamo lì davanti Neda mi racconta che in quella casa furono portate nell’agosto del’44, il primo giorno di quella maledetta strage, venticinque donne di cui tre con cinque bambini piccolissimi. Ragazze per lo più, mamme giovanissime con i loro bambini, e lì violentate. Violentate per ore in questo stabile prima, di essere portate al Mandrione, il luogo dei pascoli, per essere uccise. Una davanti all’altra. Davanti e insieme ai loro piccoli. Al Mandrione, infatti, nel tardo pomeriggio del 24 agosto le misero sul muro del recinto, sparandole a gruppi di quattro/cinque per volta insieme ai bambini, ad altezza della pancia. Lasciandole lì, poi, tre giorni, al sole. ” Purtroppo per questo, quando il 27 è partito il bengala di “chiusura delle operazioni” la gente del paese non ha potuto, rientrando in paese, altro che bruciarle” racconta Neda.
“Ho visto genitori dover bruciare le figlie uccise. Se quelle mura potessero parlare”. Le chiedo allora di chi sia quella casa, e perché non “farle parlare” allora quelle mura. Il pensiero parte subito ad aprirla quella casa, a farne un centro dove raccontare e far rivivere quella sofferenza proprio perché non si ripeta. Penso a quelle ragazze, lì dentro. Alle urla, alla paura, o forse no, al silenzio che il terrore accompagna. Neda mi racconta che la casa è della Croce Rossa Italiana e che più volte ha provato a chiedere a questa importante Associazione di poter usufruire di “quella” casa, ormai chiusa ed inutilizzata da tempo, per farne centro di Memoria e di racconto. Senza nessuna risposta. Io non so…sinceramente le banali, solite considerazioni sulla burocratica difficoltà italiana di fare domande semplici ai piani alti mi si confondono con il senso di nausea e di sgomento che mi proviene da quelle finestre chiuse. Lo stesso senso di malessere profondo, di presenza fortissima di chi non c’è più ma urla il suo dolore provato nel silenzio della piana del campo di sterminio di Auschwitz, quando mi sembrava che con la preghiera ed il canto di tutti noi li presenti si levassero le voci dei milioni di morti ammazzati lì.
Insomma ci sono una casa chiusa, abbandonata, simbolo e scrigno terribile di quanto di più orrendo l’uomo abbia compiuto ed una proprietà importante, dedita agli altri non solo in Italia ma nel Mondo. Una casa, inutilizzata, abbandonata in un angolo piccolo, piccolissimo di questo mondo. Perché, mi chiedo e chiedo alla Croce Rossa Italiana ed al Suo Presidente nazionale Francesco Rocca, perché non farla usare ai cittadini di Vinca che vogliono ricordare? A chi vuole aprire quelle finestre, spalancarle! Me lo chiedo e aspetto, sinceramente, insieme a Neda o Concetta e tutti gli altri che a Vinca questa domanda hanno fatto da tempo e da tempo attendono una risposta che non arriva. Da quella casa giro lo sguardo verso i monti li’davanti cercando di mascherare in qualche modo la commozione. Ma i monti sono li, sono li, hanno visto tutto e non possono dare il sollievo che sto cercando in quel momento. “Da Roma non ci danno risposta”, mi sento dire. Io, invece, spero qualcuno ascolti. E che risponda.
di Milene Mucci