#EcoA33Giri – Jeff Buckley, Grace

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In una settimana di fine agosto di 21 anni fa venne pubblicato Grace di Jeff Buckley.
Di pochi dischi si ricordano chiaramente le copertine e le si associano come fossero archetipi a ricordi che non sono mai scomparsi. E in un certo senso la magia e la musica che ci ha regalato quell’album, dopo tutto questo tempo, non sono affatto diminuiti, anzi, la venerazione dell’immagine di Jeff, col passare degli anni, si è sempre più delineata, ha trovato nuovi accoliti, si è estesa di generazione in generazione sino a diventare praticamente un mito ed oggettivamente una icona statuaria con la quale confrontare la capacità degli artisti del nuovo millennio nel comporre musica.

Tornando indietro coi ricordi, Grace fu un disco scritto da Buckley negli anni più felici della sua carriera da musicista itinerante. Nonostante appaia come un meticoloso esempio di scrittura e registrazione, il periodo che portò all’incisione delle dieci tracce dell’album fu uno dei più travagliati dell’artista americano, sia per quanto riguarda blocchi psicologici che lo condizionarono nell’atto creativo, sia per gli estenuanti tour che gli lasciarono effettivamente pochissimo tempo per poter organizzare le idee e metterle per inciso. Si tratta di tempi che poi andarono a prolungare di molto il periodo di registrazione di Grace, tanto che ci vollero quasi più di un anno e tanti dollari per poter arrivare ad avere abbastanza tracce per completare la scaletta.

A 29 anni Jeff Buckley pubblicò il primo e unico disco (da vivo) della sua carriera. Un’età che non coincide con quella più produttiva di tanti altri artisti della sua generazione e nemmeno di quelle precedenti. Questa può essere una delle ragioni per cui egli sia riuscito ad inserire nei vari brani tanta della sua stessa esperienza da musicista e da autore limitando le imperfezioni di una prima prova troppo acerba senza perdere però la freschezza di un totale esordiente in un panorama artistico (siamo a metà anni ’90) decisamente saturo di idee.

Molti critici musicali definiscono, a ragione, Grace, come uno degli album più importanti del decennio e di certo non si limitano a parlare di Buckley come uno degli ultimi “eroi” della vecchia guardia, la cui importanza mediatica e artistica non avrebbe nulla da invidiare a colleghi del calibro di Kurt Cobain, Mark Lanegan o Elliot Smith che con lui condivise il medesimo delicato approccio ad periodo musicale contrassegnato essenzialmente dallo stile e dalla rabbia del grunge della quale era impossibile non rimanere immuni.
E in un certo senso non si può dire che Jeff non fosse figlio del proprio tempo e del gusto di un’epoca intensa e vastissima quanto a influenze e impronte da seguire. Ma nella sua musica troviamo rimandi ad una ampissima antologia di dischi e autori che si rincorrono dagli sessanta senza sosta e senza mai perdere la continuità. I Led Zeppelin, il blues, il grande musicista pakistano Nusrat Fateh Ali Khan, Van Morrison, Bob Dylan, gli Smiths, il padre di Jeff, Tim, lo stesso produttore (Andy Wallace) di Nevermind dei Nirvana, sono tutte idee, sonorità e mani, che hanno concorso allo sviluppo e alla creazione di Grace, che nella sua gestazione ha trovato anche la propria musa ispiratrice in Rebecca Moore, compagna di Buckley e motivo della scrittura di uno dei brani più belli dell’album: Last Goodbye.

Jeff aveva una cultura vastissima ma soprattutto aveva la capacità di saper sviluppare le proprie idee senza tener conto dei rumori esterni che potevano mitigarle o confonderle. È grazie a questa sua miracolosa intelligenza che abbiamo la fortuna di ascoltare brani come Mojo Pin, Grace e So Real, Eternal Life e Dream Brother che da sole potrebbero tranquillamente sostenere il peso di un album. Questo sarebbe anche potuto accadere se non fosse che Jeff avesse deciso di inserire all’interno di Grace tre cover che hanno quasi finito per determinare la portata del disco e della sua derivante immortalità.
Hallelujah, Lilac Wine e Corpus Christi Carol raccontano gli studi di Jeff in campo musicale e proprio per essere stati assimilati durante gli anni della sua formazione e della sua gavetta, sono diventati il nucleo liquido di un’intero pianeta di idee entro cui si è potuta muovere la fantasia di un artista fino a quando il destino gli ha concesso di vivere.

Grace è un disco bellissimo perché tutte le canzoni contenute al suo interno sono realmente splendide e sapientemente costruite, è come se Jeff avesse avuto fretta di andarsene e ci avesse regalato tutto quello che poteva, compresa la sua unica e ineguagliabile voce.
Non è un mistero il fatto che tutti i suoi “maestri”, da Bob Dylan a David Bowie a Robert Plant, abbiano costantemente dichiarato il loro amore e loro riconoscenza verso Buckley, e come loro milioni di fans in tutto il mondo. Riesce veramente difficile, ad esempio, non emozionarsi ascoltando Last Goodbye, in tutte le forme in cui è stata registrata, dai primi demo alle ultime esecuzioni. Si parla di brani che non hanno avuto un seguito ideale e che hanno avuto l’onere di sostenere la durissima prova del tempo e la sfida a non invecchiare. Eternal Life ad esempio è stata condizionata dalla sua contingente genetica grunge e dopo tutto è riuscita a mantenersi bella e fresca come al primo ascolto, consegnandoci tra l’altro una delle prove vocali più potenti di Jeff.

Chi vi scrive ha ascoltato Grace attraverso diversi supporti fisici, dalla cassetta al cd fino all’iPod, e come molti altri ha avuto la necessità di sostituirli per il troppo consumo, vinile soprattutto. Ma ci sono stati anche i lunghi viaggi in treno, in auto e nel salotto di casa che hanno avuto modo di fare approfondire la conoscenza con la voce di Jeff per ore e ore senza sosta. Anche adesso che nelle cuffie ho Lover, You Should Come Over (la mia preferita dell’album) non riesco a fare a meno di pensare a tutto quello che questo disco ha rappresentato per me e per tanti altri. Perché ci sono stati artisti e canzoni che hanno contraddistinto gli anni ’90 ma forse nessuno di loro ha avuto la forza di non passare mai di moda, di non morire invano e soprattutto di non invecchiare mai con una tale forza vitale e con una simile originalità da non sembrare uguale a nessuno.

Io Jeff me lo immagino ancora come sulla copertina di Grace, con il microfono in mano, con lo sguardo imbronciato e riflessivo, appena prima di iniziare a cantare. Mi viene anche da pensare a cosa avrebbe fatto se quella maledetta notte di maggio non avesse deciso di bagnarsi nel fiume come a battezzarsi per una fede che i suoi ascoltatori avevano già.
Ci ha lasciati troppo presto, un po’ come l’adolescenza di chi, il giorno seguente (30 maggio 1997), aveva letto della sua morte su un giornale locale e aveva deciso di farsi scendere una lacrima proprio prima di andare a scuola. Gli anni ’90 erano già davvero finiti.