La forma dell’acqua – The Shape of Water, la comprensione del diverso

Fiaba romantica tra emarginati

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Baltimora, 1962, Elisa Esposito (Sally Hawkins) è una ragazza affetta da mutismo che lavora come donna delle pulizie in un misterioso centro ricerca del governo.
Instaurerà un rapporto speciale con una creatura anfibia antropomorfa (Doug Jones) tenuta prigioniera nella struttura e seviziata dal sadico colonnello Strickland (Michael Shannon).

Guillermo del Toro, habitué del genere fantastico (Il labirinto del fauno) e cantore dell’innocenza dei mostri (sue le pellicole sull’eroe/diavolo Hellboy, tratte dall’omonimo fumetto di Mike Mignola), arriva nelle nostre sale con La forma dell’acqua – The Shape of Water, film già reduce di tante premiazioni importanti ottenute nelle varie manifestazioni internazionali (Leone d’oro al miglior film al Festival di Venezia, miglior regia ai Golden Globe e ai BAFTA, numerose nomination ai prossimi Oscar, tra cui miglior film e miglior attrice protagonista).

Questa nuova opera del creatore di Pacific Rim ci immerge in una storia dai toni fiabeschi, che ricordano a tratti quelli de Il favoloso mondo di Amélie, film diretto da Jean-Pierre Jeunet.
Il regista messicano ha scelto come sfondo della sua fiaba gli anni ’60, anni di scontri e di grandi cambiamenti (in una scena vedremo su un televisore immagini della lotta degli attivisti per i diritti civili degli afroamericani), non a caso, ma per parlarci delle tensioni, delle incomprensioni, che corrono tra noi e “gli altri”; tema di nuovo molto importante e centrale in questo nostro presente con Trump e il suo America First, l’avanzamento di movimenti xenofobi in Europa e i problemi legati all’immigrazione.
La protagonista è lei stessa un’emarginata, una persona che per via del suo handicap è isolata dai più, che trova punti di contatto con una creatura non umana (in cui possiamo ritrovare nell’aspetto alcune somiglianze con Il mostro della laguna nera, famoso cult dell’horror made in Universal del 1954), dall’aspetto repellente ma dal cuore gentile.
Il film è una riproposizione, e un’ampliazione, del classico canovaccio del mostro, del freak, incompreso del Frankenstein di James Whale o dell’Edward mani di forbice di Tim Burton (autore con cui del Toro condivide non solo l’amore per i mostri, ma anche la mescolanza di toni fiabeschi e orrorifici).
Tutto il gruppo degli “aiutanti” di Elisa è composto da emarginati, da minoranze: l’artista vicino di casa omosessuale Giles (Richard Jenkins), la collega e amica di colore Zelda (Octavia Spencer). Questo gruppo è contrapposto a Strickland (classico WASP con la moglie casalinga bionda, due figli, uno maschio e l’altra femmina, e la villetta con giardino) che nasconde sotto la sua facciata di rassicurante normalità uno spirito violento e sadico; un razzista e sessista il cui rapporto con gli altri avviene solo tramite la sopraffazione e la dominazione (picchiare e torturare è il modo in cui si approccia a questa strana creatura diversa da lui; durante l’atto sessuale con la moglie vuole che lei stia zitta, che sia ridotta solo a mero oggetto di piacere, che si annulli come persona).
Molto toccante e sensibile il rapporto che si instaura tra Elisa e l’uomo anfibio, una comunicazione fatta di gesti, sguardi (bravissima la Hawkins) e musica (la ragazza e il suo amico Giles sono appassionati di classici musical hollywoodiani, in una scena della pellicola trova spazio un simpatico tributo al genere).

Un buon film dal soggetto non del tutto originale ma sviluppato con stile e grande sensibilità; consigliato a tutti quelli che cercano una cupa fiaba romantica che offra anche dei contenuti e delle tematiche importanti.

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