Detroit, dentro la rivolta

Kathryn Bigelow ci racconta l'infame vicenda del Motel Algiers

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Detroit 23 luglio 1967, una retata della polizia in un bar senza licenza, dove si stava festeggiando il ritorno a casa di alcuni veterani afroamericani, scatena una rivolta da parte della popolazione nera contro la violenza delle forze dell’ordine che dilagherà per tutta la città.
Durante i giorni di questa vera e propria guerriglia urbana alcuni ospiti del Motel Algiers, tra cui l’aspirante cantante Larry Reed (Algee Smith), subiranno soprusi e violenze da parte di alcuni poliziotti a cui assisterà, impotente, la guardia giurata Melvin Dismukes (John Boyega).

Kathryn Bigelow, dopo il successo di film come The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, torna a dirigere un’altra pellicola basata su fatti reali e dal soggetto scomodo.
Il film si concentra principalmente su un vergognoso episodio di violenza commesso dalle forze dell’ordine, che portò alla morte di tre ragazzi, nella cornice della rivolta della 12th Street, sommossa causata dalle forti tensioni razziali che durò dal 23 al 27 luglio del 1967.

Un prologo animato, con disegni dallo stile minimal, ci introduce al contesto storico e sociale in cui ha luogo la vicenda.
Il film è strutturato in tre parti ben distinte; la prima parte, dalla connotazione corale più marcata, ci presenta vari episodi in cui ci viene mostrata la rivola tra le strade e ci introduce ai vari protagonisti che si ritroveranno, per motivi differenti, al motel.
La regia riprende lo stile dal forte impatto realistico che ha raggiunto la sua massima espressione in The Hurt Locker, stile che fa largamente uso di macchina a mano dalle inquadrature traballanti e che ricorre, a volte, anche a zoom.
Questo taglio quasi da reportage è accentuato anche dall’alternarsi del girato con materiale di repertorio (filmati, telegiornali, fotografie dell’epoca).
La seconda parte, ambientata quasi interamente nel Motel Algiers, ha una componente thriller molto più marcata con tante scene dalla tensione quasi insostenibile.
Da una dimensione più corale, di ampio respiro e ambientata nelle strade, arriviamo ad una più personale, ambientata in interni, e che cerca di coinvolgere direttamente lo spettatore nel dramma umano vissuto dai protagonisti; anche la macchina a mano si muove più ferma e più vicina ad uno stile tradizionale.
Infine una terza parte, quella processuale, meno riuscita e coinvolgete, dove il film mostra il suo lato più debole.

Un ottimo lavoro è stato fatto dalla Bigelow, e dallo sceneggiatore Mark Boal (giornalista e collaboratore anche nei due precedenti film della regista), nel tratteggiare i personaggi che risultano efficaci ed autentici.
Questa efficacia è ottenuta anche grazie alle strepitose interpretazioni, bravissimi Boyega e Smith, tra cui spicca un Will Poulter (Maze Runner – Il labirinto, Revenant – Redivivo) eccellente nel ruolo sgradevole del poliziotto/carnefice Philip Krauss.

Un film con un’ottima regia ed eccellenti performace attoriali che parla di un argomento delicato ed importante, quello delle tensioni razziali nella società americana e della violenza usata da parte delle forze di polizia.
Consigliato.

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