Tradizioni Resistenti: Il mestiere dello scalpellino

Nel primo articolo della nuova rubrica dell'Eco della Lunigiana "Tradizioni Resistenti" riscopriamo a Valditacca un'arte che Andrea porta avanti riadattandola in chiave contemporanea

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Segni nelle pietre impercettibili a un occhio non abituato, segni che solo gli esperti ti possono mostrare e quando li avrai visti – camminando nel bosco tra le cave di arenaria – non potrai fare a meno di non ammirarli su ogni masso che incontri sul sentiero. Sono i segni lasciati dagli attrezzi degli scalpellini, antichi artigiani delle nostre montagne, la cui arte resta in vita grazie al mestiere di qualche isolato e resistente artigiano. La nostra guida di oggi, infatti, è Andrea Bramani, scalpellino a Valditacca, frazione di Monchio delle Corti, in provincia di Parma. Andrea, per tutti il Pastore, vive lì e lì ha la sua bottega dove porta avanti una tradizione secolare, anche se rivisitata in chiave decisamente contemporanea.

Quello dello scalpellino è un mestiere che in Lunigiana e nell’Appennino Tosco Emiliano è stato per secoli fondamentale. Case, cascine, chiese e monumenti erano infatti realizzati in arenaria, che veniva cavata dalle grotte – formazioni rocciose di masso che poco hanno a che fare con l’immagine di una grotta vera e propria – a mano. Nel bosco di Valditacca ad esempio – come racconta Andrea – la vita era molto attiva quando le cave venivano utilizzate e ogni cava poteva offrire pietra utile per un tipo di lavorazione piuttosto che un altro. La zona veniva curata e mantenuta pulita per fare in modo che i mezzi per trasportare la pietra riuscissero a muoversi senza problemi, mentre ora è possibile solo scorgere fori e tacche sulle pietre dalla forma visibilmente squadrata, che rimangono coperte dal muschio tra gli alberi e il fogliame. Anche Andrea ha una grotta, un masso da cui estrae dei blocchi che poi lavora per dare vita a vari oggetti. Un’operazione impegnativa che richiede maestria perchè “non è facile dare una forma a un materiale come la pietra che non è squadrato né tondo, ma ha una sua conformazione data dalla sedimentazione dei secoli”, spiega.
“L’arenaria poi ha diverse durezze che si capiscono dalla colorazione, quella più chiara è più molle, mentre quella blu è più dura – dice – La direzione in cui tagliare la si può capire da piccoli carboncini che compongono il masso e che se appaiono a taglio orizzontale ti dicono che stai andando nel verso giusto”.
Le tracce delle prime cave in Lunigiana si hanno nel XII secolo nelle zone di Fivizzano e Pontremoli soprattutto. Un’ottantina di cave collocate sul territorio che hanno fornito arenaria e anche lavoro fino al XX secolo a molte famiglie. Molto interessante a riguardo il volume Arenaria, di Gianfranco Battistini e Caterina Rapetti, Silva Editore – Parma. Questa tradizione, una vera e propria arte, si perde nella notte dei tempi con il popolo dei Luni, la civiltà preromana che fondò e per prima abitò questa terra e che si caratterizza proprio nell’incisione delle misteriose statue stele.
Insomma mentre una volta si estraeva con cunei e mazze e i blocchi di arenaria – che potevano pesare anche diverse tonnellate – venivano trasportati da muli o buoi, oggi Andrea usa un trapano piuttosto pesante ma sicuramente più rapido degli attrezzi dei suoi predecessori, il resto è rimasto quasi tutto lo stesso. Per lavorare un blocco di arenaria prende le misure e pratica dei fori lineari dove poi inserisce dei cunei che rendono più facile la rottura della pietra. Li batte con una mazza uno ad uno come se stesse suonando uno xilofono speciale e alla fine quando la pietra produce un piccolo rumore dovuto alla rottura della crepa significa che il blocco sta cedendo. In seguito avviene la lavorazione con flessibile e scalpelli per trasformare il blocco in un lavandino, una scultura, un oggetto ornamentale e o di utilità quotidiana a seconda della commissione.
Andrea ha iniziato questo mestiere per passione nei primi anni del 2000, guardando un suo compaesano che lavorava la pietra per una costruzione di sua proprietà. Ha iniziato a sperimentare per conto suo finchè non ha incontrato Giacomo Bonfanti – scalpellino di un’altra frazione di Monchio, Pianadetto – che gli ha insegnato il mestiere. In seguito ha frequentato la Scuola di scultura su pietra di Canossa, fondata da Giuseppe Barbieri. Un’arte che porta avanti con trasporto e perizia, legata anche alla sua conoscenza dei monti che dal Passo della Colla arrivano alla Lunigiana e che grazie al suo impegno sopravviverà ancora nelle tradizioni locali.