It, la nuova incarnazione di Pennywise

Andrés Muschietti alle prese con il cult di Stephen King

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Estate del 1989, Bill (Jaeden Lieberher) è ossessionato dalla scomparsa del fratellino Georgie (Jackson Robert Scott), avvenuta nell’ottobre dell’anno precedente.
Insieme ai suoi amici, il gruppo dei “Perdenti”, inizierà ad indagare sulle misteriose sparizioni di ragazzi che avvengono nella loro piccola città del Maine, Derry, a cui sembrerebbe legata l’inquietante figura del clown Pennywise (Bill Skarsgård).

It è la nuova trasposizione, la seconda contando la miniserie tv del 1990, dell’omonimo romanzo che Stephen King, maestro dell’horror, pubblicò ormai una trentina di anni fa.
Il film, diretto da Andrés Muschietti (La madre), è incentrato sulla prima parte del romanzo, quella ambientata durante l’infanzia dei protagonisti, portando il setting dagli anni ’50 alla fine degli ’80 (scelta volta sia ad aggiornare al presente la seconda parte, che a cavalcare l’effetto nostalgia per gli anni delle pettinature cotonate, operazione a cui da tempo stiamo assistendo in diverse opere di intrattenimento).
La presenza nel cast del giovanissimo e talentuoso Finn Wolfhard, già protagonista della serie hit di Netflix Stranger Things, è una chiara dichiarazione di intenti: volersi avvicinare a quel tipo di prodotto ricco di citazioni e riferimenti alla cultura pop del periodo reaganiano.

Ma com’è questa nuova incarnazione filmica di It?
Per chi scrive un film “generazionale”, nel senso che ho avvertito pesantemente la differenza di generazione fra il sottoscritto e i divertiti gruppetti di adolescenti presenti in sala.
Muschietti si dimostra buon regista di mestiere, confezionando un horror adolescenziale solido ma forse un pochino troppo anonimo.
Le scene di spavento sono quasi esclusivamente costruite tramite jump scare, tecnica efficace ma effimera e che a lungo andare potrebbe annoiare, soprattutto i fan dell’horror più navigati.
Questa trovata e la ripetitività schematica del film, con il manifestarsi di Pennywise ad ognuno dei protagonisti più volte, hanno reso la mia visione faticosa facendomi soffrire i 135 minuti di durata (i ragazzini sopraccitati invece sembravano apprezzare).
Non mancano alcune scene d’impatto: la famosa scena della barchetta di Georgie ha un’inaspettata esplosione di violenza, come poche se ne vedono al cinema quando i soggetti coinvolti sono bambini, e ho apprezzato la sottile morbosità delle scene di Beverly (Sophia Lillis) con il padre (Stephen Bogaert).

Un buon horror per ragazzi e per chiunque voglia godersi un giro in una casa degli orrori del luna park; i fan più esigenti, come il sottoscritto, potrebbero annoiarsi per la ripetitività e la banalità di alcune trovate.
P.S. Nota di demerito per il pessimo doppiaggio italiano che penalizza il buon lavoro fatto dal giovane cast.

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