Cave. Potere di revoca al Parco delle Apuane

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cave di carrara

“La sospensione delle attività abusive non è sufficiente. Occorre la revoca delle autorizzazioni”. Questa la richiesta inoltrata dal GrIG al Presidente della Regione Toscana, al Presidente del Consiglio regionale e ai Capigruppo consiliari.

L’istanza presentata dal gruppo di intervento giuridico rappresenta in sostanza il riconoscimento in capo al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, del potere di revoca delle autorizzazioni ambientali (pronuncia di compatibilità ambientale – P.C.A., provvedimento conclusivo della procedura di valutazione di impatto ambientale – V.I.A.), in caso di reiterata violazione delle prescrizioni autorizzative o di mancata esecuzione del ripristino ambientale intimato.

Attualmente è previsto soltanto il potere di ordinare la sospensione dei lavori e il ripristino ambientale ma non è prevista la possibilità di revoca delle autorizzazioni in caso di accertata grave violazione delle prescrizioni autorizzative o di inottemperanza all’ordine di ripristino ambientale. Sospensione che, secondo quanto sancito anche dal Consiglio di Stato, è di natura temporanea.

“E’ vero, dovrebbero essere i Comuni, in teoria, i principali interessati alla difesa del proprio territorio, a chiudere le cave abusive. La legge regionale dispone l’adozione da parte del Comune territorialmente competente, del provvedimento di decadenza dalla concessione estrattiva, qualora l’Impresa non provveda alla sospensione dei lavori in caso di violazione delle prescrizioni autorizzative o alla messa in sicurezza ovvero al rispristino ambientale. Le amministrazioni comunali tuttavia sono più preoccupate della tenuta economica del comparto del marmo, che dei danni ambientali e dei provvedimenti di decadenza delle concessioni si trovano rare tracce”.  Sentenzia il GrIG.

Cava Madielle, Padulello, Vittoria, Calacatta, Fossagrande, Piastramarina,  Granolesa, Romana, Valsora Palazzolo , in pochi mesi ben 10 provvedimenti di sospensione dell’attività estrattiva e ingiunzione di ripristino ambientale, due dei quali riferiti alla stessa cava (Cava Calacatta), che denotano un quadro di illegalità ambientale di sensibili dimensioni.

Quattro  milioni di tonnellate di montagna, un milione e mezzo di metri cubi. L’industria del marmo è decisamente molto redditizia, quasi esclusivamente per i pochi soggetti titolari delle attività estrattive. Fra questi c’è anche la famiglia Bin Laden che con la sua Cpc Marble & Granite Ltd ha acquistato nel 2014 il 50% della Marmi Carrara pagando a quattro famiglie proprietarie 45 milioni di euro.

I ricavi dei Comuni non sono paragonabili neanche lontanamente a quelli dei concessionari: in questi ultimi tempi, per esempio, il Comune di Carrara ha incassato l’ 8,8% del ricavo complessivo. A fronte dei 168 milioni di euro di ricavi, solo 15  milioni sono entrati nelle casse comunali.

Anche sul fronte occupazionale i dati non sono incoraggianti, certificando la crisi che ha coinvolto il settore. Senza dimenticare poi i rifiuti prodotti dal distretto lapideo, stimati dalla Regione Toscana in 275 mila tonnellate, nonché i danni alla risorsa idrica destinata al consumo potabile, che comporta una maggiorazione della spesa di circa 300  mila euro l’anno, secondo quanto stimato da Gaia S.P.A.

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