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Allora, partiamo con dire che questo libro è bello.
Nel senso che, prima di tutto ha una scrittura che non annoia, non è stagnante e di sicuro fa anche un po’”hipster” forse.
La storia è quella, lo si capisce dal titolo, di Bianca e Stalin. Non si tratta di un romanzo storico, non fatevi tradire dal nome, Stalin è un ragazzo coi baffi che lo dipingono e che gli fanno assumere quel soprannome azzeccato e altisonante, è uno che picchia, che picchia forte, ha problemi con la rabbia e trascorre pomeriggi non troppo divertenti con Jean, un vecchio depresso che lo sfrutta. Bianca è una sua amica. Anzi no, Bianca è la protagonista femminile, ed è più di un’amica, ma una ragazza verso cui Stalin nutre un profondo amore platonico.
Questo placido – e disarmante – quadro suburbano crolla dalla parete quando, dopo un litigio, Stalin fa a botte col patrigno e decide di fuggire, portando Bianca con sé, accendendo di quando in quando la sua videocamera, per raccontare, forse a se stesso, forse al mondo scuro di Bianca, la sua storia ai limiti della periferia urbana e non solo.
La Capitale verso cui i protagonisti viaggiano, ha un’aria cupa e malinconica, è il luogo in cui i sogni di un capitalismo luminoso sono terminati e tutto sopravvive perché deve farlo, come una stanca promessa a progetti politici ed economici mantenuti e logorati dalla quotidianità metropolitana.
Concludiamo: il libro sarebbe stato più efficace come racconto, l’autore, Jacopo Barison, è bravo e pre questo avanza un po’ di auto retorica nella sua scrittura, soprattutto nella seconda parte del romanzo, ma gli concede. Stalin e Bianca sono come due eroi di un mondo apocalittico, che agiscono con le loro presenze dal tutto irreali e contrastanti, l’uno con la sua rabbia e il suo temperamento istrionico, l’altra con la sua bellezza evanescente ed eterea.
Un consiglio, leggetelo!

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