Il mattino del 24 agosto 1944, 54 automezzi carichi di armi, si dirigono verso Vinca in un lungo serpentone pronti a seminare la strage. La giornata era una qualunque, poche faccende agricole, fatica per le greggi, pascoli per gli uomini, tranquillità per donne, anziani e bambini, sorpresi dall’’uragano nazifascista.

Alle 8 e 45 circa ci furono già i primi morti: le donne appartate ai margini della strada vengono falcidiate da una raffica di spari. I soldati iniziano a disporsi alle porte del paese per sistemare le mitragliatrici nel migliore dei modi. Le pattuglie scendono dai camion e vanno verso le case, dirigendosi alla rinfusa, cercando in ogni anfratto, uccidendo tutti quelli che si trovavano davanti. 100 persone muoiono trucidate con ogni mezzo, mentre SS e Milizie irrompono nelle abitazioni e ne sventrano 140. 30 persone, soprattutto giovani spose coi figli, vengono portate in un terrapieno alla periferia dell’abitato e vengono uccise mentre i nazisti lanciano contro di loro bombe a mano e scariche di mitra.

A poca distanza dal paese, stessa situazione, scampò solamente un paesano che assieme al figlioletto udiva le implorazioni di pietà di chi stava per morire, fra cui la moglie, la mamma, la sorella, la zia e i cugini.
A Vinca ogni luogo è teatro di un delitto: donne morte sulle strade, sull’uscio di casa, bambini uccisi tra le braccia delle madri, un padre ucciso assieme a 5 figli morti attorno a lui.
Le vittime totali furono 174.

Lo scopo iniziale, secondo le carte di chi operò la strage, era quello di “bonificare” il territorio dalla presenza partigiana.  aveva pensato a tutto, assieme a lui parteciparono diversi gruppi di brigatisti neri che però non ebbero voce in capitolo nello sviluppo dell’azione, dovevano accompagnare le SS e uccidere chiunque avesse incrociato il loro passo. O meglio, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti si conosce il vergognoso grido di battaglia dei fascisti: “Quanti ne vedete, tanti ne ammazzate”.
Per tutta la giornata del 24 agosto, San Bartolomeo, Vinca diventa il teatro di un eccidio.
L’indomani, una volta che Reder si accampa nell’ex dopolavoro del paese, inizia la fase del rastrellamento della zona, il reparto “italiano” della sciagurata avventura di morte torna a Carrara dopo aver passato una notte a cantare senza requie.
Il 27 agosto, durante la mattinata, una parte degli uomini sopravvissuti torna in paese per seppellire i cadaveri in via di putrefazione, persone o animali non faceva differenza. Avevano la parola della moglie del podestà di Monzone che nessuno li avrebbe molestati, invece altre raffiche di mitra uccisero gli ultimi 4 paesani, a tradirli furono un gruppo di SS e la Brigata nera “Mussolini” di Carrara.

Walter Reder
Walter Reder

Testimonianze:

Romualdo Federici: Era stata uccisa anche una giovanissima sposa e cioè Marchi Alfierina. Costei prima di essere trucidata era stata violentata in presenza del marito.

Vittoria Giuntoni: Il 25 fu uccisa anche una donna incinta, Marchi Alfierina, mi è stato riferito che il cadavere di costei fu trovato col ventre squartato ed il feto fuoriuscito.

Adone Morani: Hanno legato il marito e hanno sparato alla moglie alla pancia, levato il bambino e messo in braccio a lui, gridava più forte di lei, poi l’hanno ammazzato.

Aladino Spagnoli: Io personalmente mi sono accorto che il cadavere di certa Papa Ercolina era stato dopo morte seviziato nel senso che le trovammo conficcato un lungo bastone acuminato dentro la natura la cui estremità raggiungeva quasi la bocca.

Semideo Battaglia: Masetti Italo raccontò che nell’eccidio erano state commesse stragi molto gravi e che un bambino di circa due mesi era stato gettato per aria e gli era stato sparato addosso: disse di preciso in dialetto “gli hanno fatto fare il pettirosso”. Dalle indicazioni suddette ritengo che la bimba fosse la mia. L’arrestato Moracchini Giorgio, che fu presente all’esecuzione della rappresaglia ha dichiarato di avere veduto con i propri occhi Bragazzi Giovanni, Cabrini Carlo e Fabiani Corinno freddare a colpi di mitra un bimbo di due anni, che era stato rincorso, mentre piangendo tentava di fuggire sulla pubblica strada, preso e lanciato in aria, a mò di sasso, dall’altro arrestato Diamanti Giuseppe.

Le testimonianze raccolte da Daniele Rossi raccontano la barbarie nazifascista nel suo più efferato compimento. Non ci sono scusanti per quanto accaduto e l’incredulità viene quasi raccontata con una consapevole convinzione che nulla sarebbe stato possibile fare per fermare la mattanza. La paura di rimanere vittime, la paura del sangue, della morte, spinse molti vinchesi a fuggire nei luoghi vicini, che siano monti o cavità nascoste. Era un luogo che offriva riparo ma che, nella sua tranquilla ordinarietà, disegnava recinti entro cui ventinove donne, raccoltesi a difesa assieme ai figli vennero uccise con bombe a mano e colpi di mitragliatrici, ancor peggio degli animali che negli stessi prati pascolavano da sempre.

Walter Reder era convinto che a Vinca ci fosse il quartier generale dei partigiani della Lunense (che invece era sul Monte Tondo) e deliberò l’attacco senza alcuna pietà.
I partigiani, dal canto loro, fermati sul versante carrarino e in debilitante differenza numerica, non poterono fare altro che ingaggiare il fuoco in brevi attacchi (anche nei pressi di Gragnola) e constatare solo dopo alcuni giorni l’eccidio avvenuto a Vinca.
Non è compito nostro, ma degli storici, indagare sulle cause della strage su cui sono già stati intavolati processi ed accurati studi. Le domande che molti si potrebbero fare riguarderebbero ovviamente l’operato dei partigiani. Sono davvero loro la causa della spedizione di morte? Avrebbero potuto in qualche modo salvare la situazione spendendosi di più per difendere la popolazione?
Molte testimonianze credono di sì e non nascondono una certa acredine nel ricordare quei giorni. Era l’impotenza generale a creare talvolta colpe dove non ce n’erano? O c’era davvero la possibilità di limitare se non escludere la possibilità di un eccidio di tale portata?
Di certo è che il 24 agosto 1944 nazisti e fascisti compirono il loro crudele “dovere”.
E non si guardarono indietro.

Le brigate nere (documenti tratti dal dipartimento di Storia dell’Università di Pisa)

Il col. Lodovici (della brigata nera “Mai morti”) partecipa il 23 agosto ’44 al trattenimento degli ufficiali nazisti per l’inaugurazione del circolo ufficiali di Carrara, dove viene informato dell’imminente rastrellamento nella zona di Vinca. Secondo alcune testimonianze (Giulio Riedler, interprete), il magg. Reder chiese al Ludovici se fosse disposto a partecipare ad un’azione antipartigiana. Secondo il magg. Reder stesso, fu il Lodovici ad offrire la collaborazione della Brigata Nera (forse in un’occasione precedente). In ogni caso, il magg. Reder dispose che due plotoni di fascisti affiancassero la 4a e 5a compagnia della AA16, per guidarle e identificare i Partigiani e “i loro complici”.

La mattina del 24 agosto, i fascisti aggregati alla 5a compagnia furono lasciati a Gragnola per preparare e sorvegliare il centro di raccolta per i prigionieri e rastrellare il paese. Un plotone di fascisti attacca Vinca a ovest, si stabilisce nel paese, e il giorno seguente partecipa al rastrellamento a sud del paese, quindi viene messo in riserva nel paese. Al termine dell’operazione, il 26 agosto, rientra a Carrara attraverso le montagne.

Parte della strage avviene nel paese, prima bersagliato dalle postazioni di mitragliatrici che lo circondano, e poi “rastrellato” dai nazifascisti accompagnati dal solito organetto. Altre squadre risalgono la valle alla caccia di chi cerca rifugio negli anfratti o nei casolari, e attaccano i paesi vicini: Viano, Vezzanello, Campiglione, Tenerano, Monzone, Equi. Una donna fu ritrovata decapitata, altre uccise insieme ai loro bambini in braccio.
Una donna incinta fu sventrata. L’autore di questa efferatezza fu un caporal maggiore della Brigata Nera che, rientrato alla tana, andò in osteria a Carrara, dove voleva addirittura brindare col padre “per la donna che ho squartato a Vinca”. Il poveruomo gettò il bicchiere in faccia al figlio, dicendo “Io non brindo con un assassino!”.
Una bambina venne lanciata in aria e cosí fucilata, per il divertimento dei nazifascisti. Furono alcuni militi fascisti ad accusare un loro camerata, anch’esso caporalmaggiore, di aver partecipato al gioco. Lo stesso si è macchiato di varie altre atrocità a Vinca e a Bergiola Foscalina.
Una superstite, Eva Borzani, vide dei fascisti affacciarsi alla grotta dove si nascondeva con altre persone e li udí parlare: “Vittorio, porta le munizioni!”. Arrivate le munizioni, i fascisti spararono nel buio della grotta uccidendo tutti, salvo la Borzani che, ferita, rinvenne più tardi in mezzo ai corpi dei suoi cari: i fascisti non avevano trascurato di portar via l’orologio di suo padre.
Un testimone al processo di Perugia del 21 marzo 1950 (data della sentenza), che durante il massacro era nascosto in una grotta, sentì dei fascisti che chiamavano un camerata gridando “Guarda in quel cespuglio, guarda in quell’altro”. Fra quei cespugli c’erano tre donne, che furono uccise dai fascisti. Altri testimoni sentirono i fascisti che s’incitavano l’un l’altro: “Spara là, spara là!”, “Ammazzateli tutti, piccoli e grandi”, “Giovanni, sta’ attento, ammazzali quanti ne vedi”.
“Giovanni, ce n’è un chioppo qui, mi occorre una mitragliatrice”. (Si tratta del serg. Giovanni Bragazzi). “Carlo, c’è una donna che non vuol morire”. “Tirale una bomba e non risparmiare nessuno”.
In località la Bronza si erano nascoste delle donne: “Finalmente le abbiamo trovate, vieni qua, non le uccidete dentro i buchi, sennò possono restar vive o ferite, tiratele fuori e mitragliatele”. Un superstite, Edoardo Mattei, assisté impotente all’uccisione di sua moglie da parte di quattro fascisti, che poi trovarono il rifugio della suocera: “Giovanni, che cosa facciamo a questa qui?”. “Alzale la gonnella e sparale sul c…”.
In località Foce: “Giovanni, si ammazza?”. La risposta fu un segnale col fischietto, che scatenò la una salva che uccise sette persone. E poi: “Quelli che trovate fucilateli tutti”.

Non bisogna pensare che i fascisti fossero soltanto degli assassini. Erano anche ladri. Il paese venne saccheggiato, ed i fascisti riempirono camionette intere di roba, di cui in parte si disfecero gettandola nel fiume. Un milite, chiacchierando dal barbiere a Carrara, si vantò di aver preso 30.000 lire, una catena d’oro e un anello ad una donna che aveva ucciso a Vinca. Un suo camerata, che aveva rubato una fisarmonica oltre a riempire una valigia di oggetti di valore, gli raccomandò di non parlarne tanto in pubblico. Altri fascisti furono visti frugare i cadaveri e prendere i portafogli. Il caporal maggiore accusato di aver fatto il tiro al volo con una bambina, in seguito mostrò ad un camerata l’orologio tolto ad un pastore che aveva ucciso sulle pendici del Sagro. Un altro campione di “Onore e Fedeltà” fu accusato dai camerati di aver rubato 60.000 lire, mentre egli diceva di aver solo fatto un fagotto di lana, mutande, calze e flanelle, rimproverando gli altri di aver buttato nel fiume camionette intere di bottino. Un’altro ancora confidò ad un camerata di aver portato via 150.000 lire, che pensava di impiegare dopo la smobilitazione, ottenuta pochi giorni dopo.

Nella prima metà del settembre 1944, uno dei fascisti che avevano partecipato all’eccidio di Vinca si mise a raccontare in pubblico le sue imprese: “Vi lamentate di quello che le S.S. hanno fatto in questi paesi; questo è nulla in confronto di quanto abbiamo fatto noi a Vinca: bisognerebbe che andaste lassú a vedere!”.

Rispondi