Un “Barbarico” Ferretti presenta il suo libro a Fivizzano, dai CCCP ai cavalli

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La musica, come ogni altra arte non ha un luogo ed uno spazio. E’ legata talvolta alle tradizioni e talvolta alla voglia di scoprire nuovi ambienti e nuove tecniche con cui fare i conti. Sono in molti ad aver portato le proprie parole altrove, le proprie idee o le proprie intenzioni. Nessuno di loro ha potuto cancellare del tutto il luogo in cui è nato. Così è accaduto per stampatori, scrittori, editori, artigiani di cui la Lunigiana è ed è sempre stata una fiera madre dal carattere buono e comprensivo.

Giovanni Lindo Ferretti è un nostro ” cugino”, è nato appena al di là dei confini reggiani ed ha portato in Italia e nel mondo il suo punk fatto di note acutissime e testi d’avanguardia. Ha saputo portare la sua musica in ambienti ben diversi da quelli in cui era cresciuto, centri sociali, metropoli, Berlino ed est Europa, luoghi che nulla hanno a che fare con la sua vita di adesso e tanto meno con la sua infanzia, a metà tra la Lunigiana e i “lombardi”, tutti i popoli del nord Italia, nessuno escluso. La scorsa settimana ha presentato a Fivizzano il suo ultimo libro “Barbarico” ed ha ottenuto un bagno di folla salmodiante e davvero complice delle sue parole e della sua scrittura.

“Il mio mondo era molto molto piccolo, fatto dalla nonna che mi allevava e da poche altre cose, oltre Cerreto Alpi c’era ben poco, ricordo le prime volte che venivo a Fivizzano, c’erano due grandi palme nella piazza e a me sembra di essere arrivato nel deserto. Il mio era un mondo piccolo, posato in una valle che chiude quella del Serchia, non si vede nemmeno Collagna, dal campanile della chiesa si vede poco persino la montagna, ma quello spazio per me era sufficientemente grande e quando  sono stato via nel posto più lontano da casa, in un villaggio in Mongolia, io ho rivisto la mia valle, Cerreto alpi ed ho pensato che era tempo di cercare casa. Ringrazio dio ogni giorno, al mattino e alla sera quando mi addormento. Sono tornato a casa con degli occhi nuovi, non sono gli occhi di coloro che hanno passato tutta la vita in questa valle”.

Già perché per Ferretti, adesso lontano dai suoi esordi e dalla sua “vita di prima”, ora ci sono i cavalli, i lavori quotidiani nelle stalle, e tutte le attività che si svolgono stancamente nella montagna, che lo tengono occupato senza sosta. La scrittura per lui è un qualcosa di più, un’attività che lo preoccupa, a cui si è avvicinato non senza resistenze interiori. Ma è grazie a questa sua forza e a questa sua infinita voglia di conoscere che è arrivato al terzo libro “Barbarico” in cui ha messo se stesso e il peso leggero delle sue vecchie-nuove terre.

“Ho ricominciato a scrivere per l’Avvenire – dice Ferretti -, scriverò per tre mesi. Ho molta paura dello scrivere per conto terzi, ho paura ma è una qualità che bisogna guadagnarsi. Mi addormento con quello che ho scritto e mi risveglio con le stesse parole, poi lavoro per fare in modo che tutto sia accettabile. Ho tante altre cose da fare e penso alla fatica dello scrivere solo quando mi metto al tavolo. Adesso scrivo 1300 battute al giorno per tre mesi, ma non diventa una fissazione anche se, davvero, non riesco a far altro che pensarci tutto a tutte le ore”.

A Febbraio poi la vita è piena sarà piena di imprevisti: “Vivere in un paese piccolo non è strano, ti dà tutto quello che serve, ho abbastanza immaginazione per scoprire cose nuove ogni giorno e nello stesso tempo mi devo aggiornare su quello che succede, ascolto la tv 3  minuti e poi spengo arrabbiato“.

Un’immaginazione senza fine, di cui la natura non fa altro che essere protagonista. “Stavo andando verso Collagna e pensavo. Ero in macchina e mi sono fermato, ho voltato lo sguardo ed ho visto un aquilotto che stava provando i venti – racconta emozionato -, ci siamo guardati per un attimo e poi abbiamo svoltato. Ci sono 100mila cose che si possono raccontare. Io non sono uno scrittore, sono uno scrivano, non sono un cantante, però faccio il cantore. Scrivere è una cosa diversa è una cosa diversa rispetta il cantare, ma scrivere canzoni mi ha cambiato. Scrivere per me significa togliere tutto quello che può essere tolto, perché io sono figlio di una cultura orale e sono cresciuto nella modernità, una cultura visiva, sono molto legato ad entrambe e ogni volta che finisco di scrivere ad alta voce. E’ la lettura che dà il ritmo alle parole. Questo può essere anche un limite. Ma sono contento di farlo”.