Alpi Apuane. Confini sconfinati

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Confini sconfinati, questo il titolo dell’incontro organizzato sabato pomeriggio a Massa dal GrIg, gruppo di intervento giuridico e che ha avuto come scenario l’ex rifugio antiaereo Martana. Nel titolo l’essenza del loro lavoro. Bellezza, legalità, amore per il territorio sono i confini che amministrazioni locali, imprenditori e l’indifferenza dei cittadini violano sistematicamente e ai quali il Grig cerca di dare voce.

Alberto Grossi, Andrea Ribolini, Elia Pegollo, Franca Leverotti hanno raccontato, aiutati dal materiale video fotografico, ciò che accade in quelle montagne. Corsi d’acqua riempiti di detriti e marmettola, strade camionabili che sorgono all’interno di un parco protetto, violazioni e distruzione, tutto in nome del dio profitto, anche se sulla carta gli si preferiscono quelli della sicurezza e dell’occupazione. E a smentirlo basterebbe sottolineare le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i cavatori, le morti che ne seguono e l’imponente riduzione delle unità lavorative sostituite da più efficiente tecnologia.

grig alpi apuane
“Confini sconfinati”

Scopo del Grig, affermano i suoi membri, non è quello di fermare il lavoro ma che si operi nella legalità, nel rispetto della legge. Quella legge costretta invece a piegarsi di fronte a interpretazioni arbitrarie e interessi privati, a favore dei quali le amministrazioni locali autorizzano, condonano e tollerano ogni genere di abuso. A nulla è valso l’inserimento dell’area nel sistema di protezione dell’Unesco.

È necessario allora accendere i riflettori sulla illegalità che si è fatta sistema entrando a tal punto nella quotidianità da non scandalizzare più. Sarebbe lecito chiedersi e chiedere invece fino a che punto la legge possa essere superata, consentendo a privati di farla da padroni in siti di proprietà comune, di inquinare impunemente le sorgenti, di tagliare la cresta di un monte, di operare al di là dei termini previsti dalle concessioni e di non pagare le tasse.

Lecito chiedersi e chiedere quale occupazione si voglia tutelare quando in favore di certi trasportatori, si estromettono le aziende locali che non hanno forza economica o disonestà sufficiente per sovraccaricare i camion, non pagare le tariffe, aumentare gli orari di lavoro senza retribuire gli autisti.

Lecito chiedersi e chiedere quali interessi trasversali si celino dietro il commercio del marmo, anzi dietro il granulato di marmo, tanto caro alle organizzazioni mafiose perché in grado di occultare i rifiuti radioattivi. Rigel, Cunsky le famose navi dei veleni, transitate nel porto di Marina di Carrara, schermate con il granulato e poi fatte affondare nel mar Mediterraneo, ne sono un fulgido esempio.

Lecito chiedersi e chiedere quale occupazione si vuole difendere, concedendo l’estrazione di marmo pregiatissimo non commercializzabile perché asservito al restauro di antichi monumenti. Si stima un estrazione intorno alle 41 mila tonnellate, arrotondando per difetto. Venduto intorno ai 3/4 mila euro la tonnellata. Circa 140 milioni di guadagno. La legge n. 30 del 2015 prevede una tassazione del 15% rispetto al valore commerciale. Circa 6 milioni di euro che sarebbero dovuti entrare nelle casse dell’ente locale e che avrebbero consentito la realizzazione di opere pubbliche, servizi e quant’altro. Soldi che non sono mai entrati. E allora a che titolo l’azienda continua a lavorare e ad estrarre quel marmo, pubblicizzandone addirittura la vendita nel proprio sito internet?

Una illegalità occultata anche dalla difficolta di accesso ad atti che dovrebbero essere pubblici, senza dimenticare poi il rischio di essere additati quali cospiratori del (dis)ordine costituito.

Un dato è certo. Nessun limite può frapporsi al perseguimento di interessi economici men che meno quelli della decenza, dell’etica, della morale. E allora si fa di tutto, si arriva anche a minacciare.

“ In che razza di paese siamo ma soprattutto in che razza di democrazia viviamo se un primo cittadino e un imprenditore, affermando di aver ricevuto plichi anonimi contenenti documenti riservati e inviati dal Grig agli enti pubblici, non si sentano in dovere di inoltrarli all’autorità giudiziaria ma in diritto di chiedere spiegazioni al gruppo stesso? Queste lettere non ci fermeranno” afferma con forza Franca Leverotti.

Un modus operandi tanto lontano dai sistemi democratici quanto più vicino a ciò che nelle regioni del sud è conosciuto con il nome di “metodo mafioso”. Ma siamo al Nord e qui possiamo chiamarlo più teneramente “sconfinare”.

 

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